Digital by default

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Di questi tempi (ferie, canicola, ecc.) ho poca voglia di argomentare sui temi dell’Agenda Digitale, mentre il buon Luca si sbatte non poco.

A Settembre ho diversi impegni professionali programmati su questo tema ma, leggendo i programmi e titoli dei vari eventi, sembra che anche quest’anno nulla sia cambiato. Eppure la Cabina di regia, il decreto Digitalia, la nuova Agenzia Nazionale, ecc. dovevano accelerare la digitalizzazione del paese.

Nulla di tutto ciò. Siamo fermi alla fase persuasiva ed evangelica dove convegni, workshop, esposizioni e giornate di studio ancora si sprecano, al punto che sto rifiutando un sacco di impegni per stanchezza e per delusione.

L’osservazione che mi sento di fare (per l’ennesima volta) è che forse non abbiamo più bisogno di evangelisti e driver dell’innovazione. Pionieri, avanguardisti e sognatori stanno predicando nel deserto o, peggio ancora, a se stessi e ai pochi accoliti.

Il dramma che emerge da queste osservazioni è la constatazione …… amara, che manca un sostrato culturale ampio e coinvolgente tale da garantire un approccio ‘digital by default’, ovvero ‘si fa solo con il digitale’.

Questo mio eterno richiamo ad uno switch off definitivo che coinvolga aziende e istituzioni nel modo di agire, pensare ed evolvere, non è supportato dalla cultura generale di questo vecchio paese.

Culturalmente, a parte poche eccellenze, siamo fermi al Rinascimento e dai fasti remoti di questo periodo non riusciamo a distaccarci.

Condire i nuovi paradigmi con termini ormai noiosi come, open, social, smart, ha ben poco senso se l’approccio organizzativo ed evolutivo rimane immutato.

Resto comunque attento alle sporadiche manifestazioni di interesse che ancora ricevo sul mio appello a ribaltare l’approccio culturale con o senza l’ausilio dei media mainstream. A Settembre, su questo preciso e puntuale tema, avrò diversi incontri che potrebbero tramutarsi in strategia educativa.

Dunque, in parole povere, lo sforzo sarà quello immane di tirar giù i manager da quel pidistallo di argilla dove si son rifugiati, e riportarli sui banchi di scuola (digitale, ovviamente).

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Right turn on red o morire?

In un paese civile è possibile applicare una legge che permette di girare a destra con il semaforo rosso: http://en.wikipedia.org/wiki/Right_turn_on_red

Di cosa si tratta?

In una strada con diverse corsie (nelle nostre città ce ne sono molte) è possibile che con il semaforo rosso, al conducente della corsia destra (quella che può svoltare solo alla propria destra) venga concessa la possibilità di girare nonostante il semaforo sia rosso.

Ovviamente tutto ciò è possibile SOLO in un paese come gli USA o il CANADA, dove la maggioranza assoluta degli automobilisti rispetta il codice e dove la tolleranza è davvero ridotta a zero.

Va anche detto che la pazienza e la calma con la quale gli automobilisti americani rispettano i semafori, specialmente quelli pedonali, è sconcertante per un italiano abituato al delirio delle nostre città. Città caotiche e senza regole dove ogni giorno si rischia di venir investiti da folli e scatenati pirati della strada, non appena si osa mettere il naso fuori dal marciapiede.

Pensavo a tutto questo proprio oggi, mentre mi accingevo ad attraversare una strada (Viale San Marco incrocio con Via Sansovino a Mestre) con il semaforo verde, in una situazione opposta a quella americana appena descritta.

Da noi, infatti, ad un incrocio a tre corsie viene data la possibilità ai conducenti della corsia di destra di girare anche se il semaforo pedonale è verde per i pedoni. Si suppone che le auto rallentino e controllino che il semaforo pedonale sia verde e che diano, quindi, precedenza ai pedoni o alle bici che stanno transitando nella pista a loro dedicata. Quel semaforino a forma di bicicletta ben evidenziato e visibile da tutti.

Nulla di tutto ciò accade in verità. Perchè la maggioranza dei nostri conducenti, in presenza del verde a destra è convinto di avere la precedenza e, proprio stamani, mi son preso anche dello ‘stronzo’ da un camionista che per un soffio non mi ha steso mentre transitavo sulle strisce con il semaforo pedonale verde.

Da noi, infatti, si muore:

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_maggio_24/pedone-ucciso-strisce-furgone-via-mecenate-1703072982039.shtml

http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=203631&ctc=0&ordine=asc

Abbiate pazienza, ma ancora per qualche settimana queste analisi saranno obbligate. Un mese negli USA e tanti anni di vacanze in America del Nord, mi portano necessariamente a rilevare che siamo davvero fottuti sui principi e sulle regole.

10 anni e ancora continuiamo a misurarcelo

Non c’ero, ovvero ero distante dal bel paese e non mi curavo delle vicende blogosferiche.

Son tornato, leggo di MCC e di Grillo e oggi leggo il post di Gianluca Neri che, dopo un po’ di giorni, cerca di chiudere il cerchio.

Credo che tutta la blogosfera (nessuno escluso) è costituita fondamentalmente da narcisi. Bisognerebbe essere TUTTI onesti. Se si apre un blog o un qualsiasi profilo sociale lo si fa per aumentare la visibilità, per mostrarsi e mostrare. E’ un esercizio normale, del quale non mi stupisco.

Qualcuno mostra le sue foto, altri i propri video, altri ancora i propri scritti, le proprie slides, ecc. ecc. Si chiama condivisione ma nasce sempre dalla pubblicazione di qualcosa di personale e/o di gruppo.

Prima scrivo, canto, disegno, filmo, fotografo e poi lo condivido. Ma con chi, per chi?

Prima per me stesso (almeno io lo faccio perchè così non perdo nulla). Tutto sta sul social web e quando ho bisogno di qualcosa lo ritrovo. In seconda battuta lo faccio per i miei seguaci, followers, lettori, fan, chiamateli come volete. Possono essere parenti, amici, conoscenti ma sempre a loro mi riferisco, altrimenti perchè dovrei pubblicare qualcosa su un palinsesto globale?

Dunque i followers sono l’essenza stessa di questo sistema narciso e autoreferenziale. Se non mi segue nessuno è come se non esistessi. Alzi la mano chi non gode all”aumentare del proprio seguito. Forza, uno solo che mi dica: sto sul ‘social’ ma preferirei che non mi seguisse nessuno!

Ogni cantante ama il suo pubblico, ogni attore ama i suoi fan. Perchè dovrei cantare in un teatro vuoto? O forse dovrei cantare allo specchio mentre mi rado la barba?

Dunque leggo di polemiche sterili che provano a marcare distanze e distinguo. Mentre constato che siamo tutti uguali: MCC, Grillo, le persone, le aziende, i gruppi, ecc. cerchiamo consenso, pubblico, platea, clack. Chi compra i seguaci, chi li conquista chi li illude e li sottrae, chi li inventa e chi li millanta.

Il vero problema è che dopo 10 anni continuiamo a misurarcelo senza guardare avanti e guardare oltre. L’unico comportamento davvero omologo è proprio questo, poi le idee, gli scritti le foto, le musiche, son diverse e rivelano pulsioni, passioni e sensazioni che sono specifiche. E per fortuna queste ‘sfumature’, ancora mi fanno amare follemente il social web.

Ecco, mi soffermerei qualche volta su queste, non sul fatto che si cerchi il consenso. Quello è scontato e tutto sommato ‘banale’.

Quel pessimismo che …

Quel pessimismo che mi accompagna ogni volta che torno dagli USA o dal Canada, colpisce ancora. E quest’anno più forte.

Più forte perchè ho avuto modo di bazzicare nella Silicon Valley e ho capito (ma lo avevo percepito anche a Seattle qualche anno fa) che stili di vita, abitudini, tendenze e modelli possiamo solo subirli.

Non vi faccio la solita manfrina sull’IT in infradito e bermuda, sarebbe stucchevole e noiosa, però insegna molto sulla filiera dell’innovazione tecnologica.

Da noi abbiamo l’evangelist, il pre-sales, il technical account, il regional account, il country account, l’area manager, il product manager, il channel manager, ecc. ecc. Poi se chiedi a uno di questi come ottimizzarti un flusso di lavoro o semplificarti una procedura…apriti cielo.

Siamo un paese fottuto perchè il vertice non comunica con la base e soprattutto con chi ha competenze. I decisori si consultano fra loro e al massimo con qualche consulente in giacca e cravatta, nel mentre Larry Page frequenta la stessa mensa dei suoi programmatori e con loro si confronta.

Siamo un paese fottuto perchè chi ha il ruolo non ha le competenze e chi ha le competenze non ha la passione.

Siamo un paese fottuto perchè in molti ci dicono cosa fare, ma poi loro stessi non lo mettono in pratica.

Ma la più grande differenza, quella che si tocca con mano nonostante gli innumerevoli paradossi del modello nord americano, è il rispetto di poche e semplici regole.

Finchè non impareremo a rispettare le regole, resteremo un paese fottuto.

Sui modelli ho capito che possiamo solo emulare, trasferire e scimmiottare ma ormai non inventiamo e non inventeremo più nulla di nuovo.
p.s. le città e le community non sono così smart come noi amiamo definirle. Sono semplicemente: rispettate.

L’email morirà

Oggi scrivevo su Twitter: ‘Abbiamo ancora bisogno della posta elettronica?‘.

Provocazione estiva? Secondo me no! E’ solo questione di tempo e il social web la farà scomparire del tutto.
Qualcuno dirà…….E GLI ALLEGATI? Provate i soliti cloud storage e mandate un link, oppure un giochino come Minus: http://minus.com/

p.s. anche il numero di telefono non servirà più. Ricordate?
Dunque la nostra identità digitale sarà legata a Twitter, Facebook e chi verrà dopo di loro.

That’s all

Vi ricordate i telegrammi? L’Agenda digitale (vista da qui)

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Succede che fra pochi giorni sarà trascorso un mese qui negli USA e le mie carte di credito son compagne di avventura, irrinunciabili.
Ho pochissimo denaro contante con me, e garantisco che non serve quasi a nulla. Tutto si può acquistare con carta di credito. Solo sulle carte di debito son piuttosto fiscali e refrattari, cercherò di capire meglio il perchè.

Succede poi che da un pò di giorni mi trovo la carta Visa collegata al mio conto Ing Direct bloccata. Ne abbiamo altre tre, per fortuna, ma è una scocciatura, anche perchè su quella ho una cauzione per il noleggio auto e la devo proprio sbloccare.

Dovrei chiamare l’Italia con una telefonata internazionale ma, essendoci Wi-Fi ovunque, approfitto del canali social di Ing Direct: Twitter nessuna risposta, Facebook, mi consigliano di chiamare l’Italia al telefono: APPLAUSI!

Chiamo, spendo, ascolto le musichette, il trattamento sulla privacy, pago, pago, vuol partecipare al sondaggio, gli operatori sono occupati, musichetta, spendo, spendo, resti in attesa, la metto in collegamento……..alla fine mi dicono che il ‘gestore’ ha bloccato la carta a scopo cautelativo. Mia domanda: ma avvisarmi? Mail? Cellulare?
Risposta: Le do il numero del gestore.
Altra telefonata, ricominciamo da capo.

Per farla breve mi dicono che il 10 luglio ho speso 4 dollari a San Francisco presso la catena di supermercati WallGreen e quella catena è stata segnalata per frode.
Ok, dico io, per favore andiamo avanti, mi accetti quei 4 dollari con i quali ho comprato delle batterie a stilo e mi rimetta in funzione la carta.
Ed ora la chicca, ovvero la mia domanda finale sulle procedure: ‘Scusi signorina, ma perchè non mi avete avvertito?’
Risposta: ‘abbiamo chiamato lo 041 534…. ma nessuno rispondeva e allora le abbiamo inviato un telegramma’

…..datemi dei sali

Come in una puntata di CSI

Ieri Gigi e famiglia hanno vissuto una avventura, diciamo così.
Lo abbiamo seguito con curiosità e un po’ di preoccupazione su Twitter (e Facebook) dove postava aggiornamenti e foto di quello che accadeva nel motel di KINGMAN (USA) dove si trovavano.

Come potete leggere sul Gazzettino in un pezzo a cura di @carlofelice Dalla Pasqua

KINGMAN (USA) – La polizia li ha svegliati ieri all’alba, li ha fatti uscire e li ha radunati per ore insieme agli altri clienti nella hall del motel in cui alloggiavano. Gianluigi Cogo, funzionario della Regione che vive a Mestre, la moglie e i due figli, hanno vissuto in diretta l’arresto di un sequestratore a Kingman, in Arizona, una delle tappe della loro vacanza statunitense. La polizia locale, aiutata anche da alcuni uomini di corpi speciali, ha circondato il motel e, utilizzando come base proprio la stanza di Cogo, è riuscita ad arrestare il 62enne Clifford Dale Roberts.

Cogo ha narrato la vicenda quasi minuto per minuto su Twitter, scattando anche alcune foto. Grazie al servizio di Storify, questi tweet sono stati riuniti per dare corpo a un racconto organico di quelle ore da incubo.

Ecco lo Storify, in attesa di sentire il racconto direttamente da Gigi, appena vorrà raccontarcelo:

[View the story “Dal nostro inviato ultraspeciale in Arizona” on Storify]

Dall’addetta all’innaffiamento del blog in assenza del proprietario, per ora è tutto.

UPDATE ne parla anche Veneziatoday

Se questo è Twitter…

voglio scendere!

Siamo arrivati ai gruppi organizzati per scalare i Trending Topics di Twitter. Dopo cosa si fa? Ecco, magari unissimo così le forze e scendessimo in piazza per fare qualcosa di buono, invece!

Invece, collezioniamo medagliette.