La mediocrità

Il mantenimento e il consolidamento della mediocrità! Forse è questa l’unica ragione per cui ieri al Senato:

la relatrice VICARI (PdL) esprime un parere favorevole alle proposte 014.1, 14.1, 14.5, 14.6, 14.11, 14.13, 14.31 e 14.32, mentre chiede l’accantonamento dell’emendamento 14.0.1, in attesa del parere della Commissione bilancio. Sui restanti emendamenti, il parere è contrario.

Il sottosegretario IMPROTA esprime un parere conforme a quello della Relatrice.

Il presidente CURSI accoglie la richiesta della Relatrice e dispone l’accantonamento del richiamato emendamento.

Posti separatamente ai voti, sono accolti gli emendamenti 014.1, 14.1, 14.5, 14.6, 14.11, 14.13, 14.31 e 14.32, mentre risultano respinti ovvero improponibili i restanti emendamenti.

In conclusione, decade l’unico articolo di reale alfabetizzazione digitale che conteneva tra l’altro il seguente comma 9.

9. A partire dal 1 ° gennaio 2013, in ogni nuovo contratto di servizio con la RAI – Radiotelevisione italiana Spa, il Ministero dello sviluppo economico prevede che la RAI – Radiotelevisione italiana Spa attui un piano di alfabetizzazione informatica e sulle potenzialità dell’economia digitale, utilizzando la televisione generalista, un canale digitale tematico in chiaro e un portale internet dedicato.

Roberto Scano, su Pionero, ne fa un analisi completa, Quinta si indigna e io su Twitter chiedo conto alla senatrice:

Chi segue questo blog sa che questa azione è stata sollecitata più volte e ne ho persino fatto uno Storify per enfatizzare la proposta.

L’account Twitter della senatrice è @SimonaVicari

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Style (Content) Curation

Torno sull’argomento dopo alcune riflessioni sui flussi e sull’organizzazione di base che ho circostanziato la scorsa settimana e provo a spingermi verso automatismi che possano consentire una corretta pubblicizzazione dei contenuti selezionati (Style curation).

L’ideale per le mie suggestioni, consisterebbe nel definire un output visuale già pronto per essere veicolato su aggregatori web piuttosto che su dispositivi mobili.

Esistono una serie di servizi che provano a generare una specie di magazine on line e fra questi i più famosi sono indubbiamente: Paper.li che, similarmente a Scoop.it che ho esaminato nella precedente trattazione, permette di selezionare fonti da news provider o social network.

La differenza fra i due sistemi è minima anche se l’output di Paper.li non è generato come flusso in real time, ma va schedulato in modalità giornaliera, settimanale o due edizioni giornaliere (mattina/sera).

Un altro ottimo servizio molto orientato a considerare Twitter uno strumento ormai ‘mainstream’ è The Tweeted Times che, purtroppo non permettendo la gestione accurata delle fonti provenienti di più social media, si limita a pubblicare in forma visuale i tweet dei propri contatti, piuttosto che delle liste o delle ricerche.

Il risultato è sobrio, forse anche troppo spartano per un sistema di Visual Content Curation.

ma ha dalla sua un app gratuita per iPad che ne esalta la fruibilità secondo i canoni della tablet user experience.

Nulla di esaltante, sia chiaro, perchè siamo molto distanti da eccellenze come Flipboard che ho già trattato quando mi sono avventurato nei meandri dei feed e degli aggregatori personali, ma comunque un buon compromesso.

Rimanendo su Twitter come fonte e soprattutto come output, il miglior servizio di Visual Curation è indubbiamente Twylah che, grazie al dominio personalizzabile si è garantito un posto nella mia splash page personale.

Vi consiglio di esplorarlo per bene e di apprezzarne anche l’integrazione con WordPress. Davvero un gran bel servizio, molto raffinato ed elegante.

Nelle mie ricerche serendipiche ho avuto modo di apprezzare molto anche Rebelmouse che aggiunge molte altre fonti sociali come Facebook, Instagram, Pinterest, ecc.

Con Rebelmouse il modello visual raggiunge ottimi livelli grazie anche alla disponibilità di una plugin per WordPress che ne consente l’integrazione con questo diffusissimo CMS, grazie poi alla personalizzazione del foglio di stile, alla possibilità di fare delle slideshow e infine alla funzionalità di ‘clipping’ via bookmark, che permette di effettuare attività di curation extra, oltre le fonti già federate.
Alcuni accorgimenti per iPad possono essere d’aiuto e il resto viene curato, appunto, con la cura analitica e paziente dei contenuti che si può effettuare anche manualmente.

Per il mercato enterprise ci sono buoni prodotti come http://blog.delvenews.com/ o http://www.curata.com/ e molti altri, che offrono output visuali molto raffinati.

Qualcuno potrebbe dire che mi sto perdendo in ciance e non considero Pinterest com un servizio killer del settore? Può darsi, in effetti non mi convince ancora molto, anche perchè abituato da decenni a Delicious, non vi trovo innovazioni strabilianti.

Sia chiaro, mi ci son dilettato, ma non lo considero un sistema di output per la mia curation, perchè non offre automatismi che mi possano facilitare questa attività.

Bello è bello, ma devono aprire le API, e al più presto.

Per chiudere il cerchio, se vi dovessi consigliare due servizi che automatizzano un po’ la ricerca di fonti multimediali e offrono un output ‘amazing’, allora punterei decisamente su: https://gigicogo.jux.com/ e ancora meglio su http://erly.com/user/gigicogo/lighthouses

Fate un po’ voi e ditemi se non sono amazing :)

Abbracciare il digitale

Riporto una mia intervista di oggi, rilasciata a Simona Silvestri, per eGov News.

Concepire le tecnologie digitali come mezzo e non come un fine. A sottolineare il concetto è Gianluigi Cogo(Rete Innovatori PA e docente universitario di Social Media), con il quale apriamo un nuovo approfondimento sui servizi innovati per l’utenza: un tema di stretta attualità, direttamente proveniente dal Premio Egov 2012 e che vede le Pubblica Amministrazione, locale e nazionale, impegnata su progetti che rendano più intelligente e automatizzato il territorio, proprio grazie all’uso delle tecnologie. Infomobilità, telesorveglianza, risparmio energetico sono soltanto alcuni degli elementi in ballo, ambiti in cui la PA si sta muovendo: resta da capire se bene o male

 

Che qualcosa si stia muovendo è indubbio, anche perché il decreto Crescita 2.0, e prima ancora il C.A.D., hanno fissato alcuni paletti normativi che obbligano il comparto pubblico a rinnovarsi e a guardare avanti – attacca Cogo – Diverso discorso riguarda la “propensione” naturale a evolvere che, obiettivamente, è quasi del tutto assente. Ovvio che alcune eccellenze ci sono, ma non fanno regola e difficilmente trainano il resto del comparto”. Il riferimento immediato va proprio al Premio Egov 2012, di cui Cogo è stato Direttore scientifico, che nell’ultima edizione ha dedicato un’intera sezione al tema, riuscendo a portare a Riccione oltre un centinaio di amministrazioni pronte a gettarsi nella mischia dell’innovazione.
“Lo scorso Settembre al Premio E-Gov di Riccione abbiamo premiato leamministrazioni più talentuose cercando fra queste quelle che hanno dimostrato la propensione naturale di cui sopra e, ribadisco, sono davvero pochissime. Non è solo una questione tecnologica, perché, se è vero che il digitale pervade quasi tutti i contesti della vita quotidiana, non si tratta solo di adottare tecnologie, piuttosto di capire i nuovi modelli di gestione. Social network, smart device, web apps, cloud computing, open data, domotica, ecc, sono tutte “keyword” che sottolineano come nella vita di tutti i giorni le tecnologie cambiano lo stile di vita e di come spesso succede per davvero. Nella Pubblica Amministrazione, invece, restano parole vuote che non si riesce a contestualizzare dentro nuovi modelli organizzativi. La città intelligente è fatta soprattutto di modelli (diversi per ogni luogo) che si adattano e traggono benefici anche, non solo, dalle tecnologie suddette. E questa riflessione evidenzia un’inerzia che riguarda tutto il paese, non solo alcune zone. Anche nel triangolo cosiddetto “industrializzato” siamo fermi a modelli vecchi che non reggono più il ritmo della società digitale”.
Un dubbio che comunque permane, analizzando i progetti realizzati da comuni, province, regioni e dagli altri enti, è che talvolta siano caratterizzati più dall’estemporaneità che non da una progettualità reale e definita. “Le tecnologie digitali sono il mezzo, non il fine. È vero che oggi aiutano a svolgere meglio e ad automatizzare molte attività, ma da sole non bastano. Si tratta piuttosto di capire quali vantaggi queste tecnologie e questi oggetti possono offrire nel modello di città intelligente che scegliamo. Ma il modello non è uguale per tutti” ribadisce Cogo. “Per capire i bisogni della gente bisogna instaurare un dialogo che porti prima di tutto alla piattaforma dialogico-interattiva che è la smart community, ovvero un luogo dove si dibatte ma anche si crea. Dove le associazioni, i liberi cittadini e i professionisti costruiscono il “governo aperto”, ovvero quel modello che permette di progettare assieme (co-design) i servizi che renderanno, poi, la città più sostenibile e dunque più intelligente. Ma attenzione, nulla è scritto sulla pietra, perché le città evolvono, le comunità si trasformano e dunque i servizi vanno considerati in “beta permanente”, pronti a essere ripensati o rimodellati”.
La domanda, a questo punto, sorge spontanea: esistono settori pubblici che, più di altri, richiedono maggiormente una dose massiccia di ICT e innovazione, ancor più in questo momento a fronte della complessa crisi economica che stiamo vivendo? “Io sarei per ridurre l’impegno della PA nel settore ICT, perché non è il suo mestiere. Oggi più che mai si può passare dai vecchi modelli (insourcing e outsourcing) a quello più utile per la progettazione e la gestione dell’ICT, ovvero ilcrowdsourcing. Mi spiego meglio. Se prima le tecnologie venivano gestite in casa (on premise), oggi si tende a spostarle sulla nuvola (cloud computing) dove il sistema operativo di riferimento è il web stesso. La più grande piattaforma di relazioni sociali diventa anche la piattaforma di applicazioni e servizi. E in quel luogo le applicazioni si costruiscono attraverso la tecnica del mashup, ovvero combinando pezzi, tecnologie e idee di soggetti plurimi, a costi molto più bassi e con complessità infinitamente ridotte. Non vedo altre strade se non la dismissione della complessità derivante dalle tecnologie ICT tenute in pancia dalla PA”.
In questo percorso molti invocano l’intervento e una maggiore responsabilità da parte delle imprese, chiamate ad accompagnare la Pubblica Amministrazione verso una progressiva innovazione dei servizi. “Le imprese hanno il vantaggio di percepire più velocemente ciò che è vantaggioso per il loro business ma, molto spesso, non hanno la lungimiranza di percepire cosa è vantaggioso per il sistema. Questa è una caratteristica tipica che non ci permette di aggregare distretti, piuttosto che centri di eccellenza. Sono un po’ scettico, credo poi che molte aziende ICT siano refrattarie a investire sul cambiamento e a cogliere al volo l’opportunità di un mercato globale che, anche per loro, trova nel web l’unico denominatore comune. Mi rattrista vedere molte imprese che non abbracciano i nuovi paradigmi e che dopo vent’anni non hanno nemmeno un sito e, men che meno, un servizio di eCommerce. Come possono aiutare la PA?”.
Il salto verso l’innovazione è ormai un passo obbligato per le nostre amministrazioni, chiamate a supplire in questo modo a un ritardo cronico ormai inconcepibile: ma i cittadini sono pronti a fare lo stesso? “La PA deve essere obbligata all’innovazione, altrimenti di suo è troppo lenta. Vanno emanate direttive sanzionatorie, accompagnandole con momenti di “coaching” per fare in modo che la fase di evoluzione non rallenti. Per contro, i cittadini sono sempre di più “empowered”, ma usano questo potere per i loro vantaggi personali e non per instanziare un cambiamento. I fenomeni di partecipazione ci sono, ma sfociano quasi sempre nel “mugugno”, quasi mai nell’offerta di soluzioni. Nascono i primi hackathon (parola molto alla moda che significa, più o meno, concorso per applicazioni) dove alcune amministrazioni offrono i loro dati per riprogettare le applicazioni che devono erogare servizi ai cittadini. Questa modalità è molto trendy ma viene negoziata fra l’amministrazione e i programmatori più nerd, quasi mai viene chiesto ai cittadini cosa vogliono, e quasi sempre, dopo il mugugno, i cittadini non si organizzano per rivendicare i loro diritti”.

Civic hackers cercasi

Oggi è un giorno tristissimo, soprattutto per le mie presentazioni e i miei speaeh che si sono sempre alimentati di: http://www.mybikelane.com/ e del modello che questo sito di civic hacking rappresentava.

Scopro che dal 15 di Novembre il servizio ha chiuso. Spero che qualche hacker civico (o gruppo di hacker civici) prenda il testimone e sviluppi qualcosa di analogo al più presto.

 

LIBRI ELETTRONICI E FORMAZIONE

Esce oggi una mia intervista per YouLaurea a cura di Evelina Bruno

Per praticità la riporto anche qui:

Da anni si parla di “libri elettronici”, evidenziandone di volta in volta le positività (il risparmio di carta, sono più economici, sono portabili) e le negatività legate alla malinconia o all’usabilità (l’amore per la sensazione tattile ed olfattiva della lettura su carta, la difficoltà di lettura). Di certo oggi sono una realtà, l’unica in crescita nel settore dell’editoria (come ricordano i recenti dati del Sole 24 ore). Su questo tema abbiamo deciso di consultare il punto di vista dell’esperto Gianluigi Cogo.

[D] Libri elettronici e biblioteche digitali cambiano il modo di trasmettere il sapere sul piano formativo come potranno incidere anche nel modo di apprendere?

[R] Il modo di apprendere è già cambiato da diversi anni e il web è già un complemento imprescindibile per l’apprendimento. Piuttosto bisognerà affrontare un nuovo paradigma che, a breve, avrà il digitale come fulcro dell’apprendimento (strumenti e luoghi saranno entrambi digitali) e la figura dell’educatore/formatore che, inevitabilmente, verrà ridimensionata rischiando anche di essere emarginata.
Il flusso tradizionale della trasmissione del sapere da chi ha più esperienza a chi ne ha meno, rischia di diventare obsoletoperché le nuove dinamiche indotte dal digitale tenderanno a favorire un flusso paritetico basato sullo scambio paritario a prescindere dall’esperienza e dalla quantità.

[D] Quale esperto di nuovi media digitali ed e-book, quali sono le potenzialità del libro elettronico come strumento didattico?

[R] L’ebook non va visto come uno strumento passivo, bensì come un prodotto della collaborazione e dell’interazione fra studente e docente. Non è tanto il risultato finale che mi sta a cuore, ma il modo con cui si produce il risultato finale.
Oggi i sistemi di ‘authoring’ permettono di usare: story board, sistemi di test e correzione, prompt, help in linea e 1000 altre potenzialità che mettono il sistema autore digitale al centro della produzione collaborativa. 
Diversamente dai sistemi autore via web, quelli via tablet uniscono in un solo oggetto produttività, verifica, gaming e consumo della risorsa, con un unica interfaccia e un’esperienza utente univoca e semplificata.

[D] Come è cambiato il mondo della Formazione nell’era del web 2.0?

[R] Gli strumenti hanno intercettato i bisogni di descolarizzazione e destrutturazione che già si erano manifestati con il web di prima generazione e l’elearning più tradizionale basato principalmente su Learning Objects. Oggi si opera per building blocks, ovvero si tende a far parte di un grande mash-up che ha come fonte i social media e la conoscenza sparsa nei mille rivoli degli stessi.
Il vantaggio del 2.0 sta nell’esperienza utente che non richiede approcci diversi fra il momento ludico, educativo, formativo, professionale e consumer. Gli strumenti son sempre gli stessi, ovvero i Social Media e non è richiesto un sforzo di change management. E questo è un cambiamento epocale. Stessa piattaforma, stessi strumenti.

[D] In un momento di costante evoluzione delle modalità di apprendimento e di circolazione dei contenuti scientifici quale dovrebbe essere il percorso formativo auspicabile per un giovane?

[R] Qui ci son due linee di pensiero: iperspecializzazione e multidisciplinarietà. Io credo che entrambe le filosofie abbiano oggi un denominatore comune, ovvero il team.
È impensabile imparare da soli perché oggi c’è maggior accesso alla conoscenza. È fondamentale costruire dei team dove ogni specializzazione porti benefici a una base consolidata di approccio multidisciplinare.
Tutti gli studenti devono saper usare strumenti e servizi digitali ma il grande cambiamento sta nell’indirizzare le loro potenzialità dentro un concetto di project work che rappresenta la sintesi dell’apprendimento generalista e l’analisi delle specializazioni di ognuno.

[D] Nell’attuale contesto di crisi economica europea in che modo la scelta del percorso formativo incide sull’ingresso nel mondo del lavoro?

[R] Credo che la crisi aiuti a mettere a nudo alcuni falsi miti. Oggi non è più vero che ci sono delle professioni a cui non si può fare a meno, piuttosto bisogna pensare a più professioni, diverse una dall’altra, nel corso della vita. Questo riprende un po’ la risposta di prima, ovvero ogni facoltà dovrebbe prevedere dei percorsi multidisciplinari comuni che permettano ad ogni studente di affrontare le professioni con un bagaglio di ‘destrezza’ digitale che è richiesta ovunque.

[D] “Internet è uno strumento, sono gli utenti che decidono come utilizzarlo”: progetti come YouLaurea nascono all’insegna della condivisione e della circolazione libera di informazioni, fondamentale per orientarsi e per produrre contenuti, cosa ne pensi?

[R] C’è poco da pensare, sono assolutamente convinto che questa è l’unica strada percorribile.

Evelina Bruno

Content curation

In questi giorni mi son dedicato con più attenzione al tema della ‘content curation’, in quanto mi è funzionale a un nuovo progetto che presto svelerò.

Essendo poi fanatico della divulgazione e della condivisione, nonchè convinto che quello che scrivo in questo blog, prima o poi mi torna sempre utile, mi accingo in un pistolotto articolato sul tema :)

Alcune definizioni:

A) Wikipedia: ‘Media curation is an emerging trend toward integrating media content using both machine and human resources. The practice includes aggregation (gathering) and curation (sorting, categorizing, art directing, and presenting) such that material from multiple sources creates a unique editorial experience for readers/visitors

Già da questa definizione si evince che non tutto può essere robotizzato (vedremo poi alcuni strumenti) e che il tema della fatica e del presidio ritorna con prepotenza. Ciò che è media, ciò che è social, ciò che è web, ciò che è content è sempre  disponibile ma, elevarlo a valore ha un costo.

B) Influential marketing blog: Content Curation is a term that describes the act of finding, grouping, organizing or sharing the best and most relevant content on a specific issue.

E qui cominciamo a distinguere le fasi (trovare, raggruppare, organizzare e condividere) che rappresentano il flusso di questa attività.
Ovviamente è solo UNA delle possibile rappresentazioni di flusso, perchè la dinamica evolve continuamente e si adatta a nuovi paradigmi e strumenti.

via

C) Linkness: ‘La social media curation consiste nel condividere un link di un sito e presentarlo, twittare link relativi all’argomento che si sta trattando, creare una board su Pinterest con link e immagini relative ad una materia, di fatto passando del tempo nel web e fungendo da imbuto per i contenuti da condividere’.

Definizione più spartana e classica che, però, fa capire da subito quanto siano importanti ed influenti gli strumenti …Twitter, Pinterest, ecc. Non male anche ‘ passando del tempo …‘ :) Molto tempo, direi.

D) Robin Good: ‘La real-time news curation, che chiama anche ”newsmastering”, è l’arte di trovare, aggregare, selezionare, curare e ripubblicare notizie di alta qualità su un argomento specifico, intercettando un interesse specifico, un problema od una passione particolare del pubblico ‘

Definizione che punta al target di riferimento, ovvero ‘interesse specifico’ e ‘pubblico di riferimento’, che mi sembra fondamentale. Ovvero la faccio per me o per gli altri? Anche perchè le modalità differiscono, come anche i risultati finali che ne derivano.

Perchè è utile

Perchè il web è caotico, è veloce ed è ruffiano. E poi cosa significa: ‘l’ho trovato su Internet?‘ . Citare il luogo o il mezzo non è sinonimo di autorevolezza ne, tantomeno, di certificazione della fonte.

Ecco perchè rispetto al contenuto ‘nudo e crudo’,  la conversazione, la condivisione, la modalità di divulgazione che lo accompagnano, ci permettono di capire se si tratta di un contributo buono e soprattutto se questo contenuto informativo sarà utile per i nostri scopi.

Utile perchè ci permette di selezionare le fonti e diminuire sensibilmente il livello di rumore di fondo.

Utile perchè ci fidelizza con chi è costante, appassionato e veritiero nel suo modo di esporre informazioni.

Utile perchè le posso incanalare nel business. So cosa succede nel mio settore. So dove va la ricerca. So chi sono i competitor e come si stanno muovendo. So cosa ne pensano gli altri, posso lavorare per pre-totipi invece che per pro-totipi.

Ed è utile perchè, quando altamente automatizzata, permette di risparmiare un sacco di tempo.

A chi è utile

E’ chiaro ora che questa attività non va intesa come perdita di tempo (spesso nelle aziende più retrogade il content curator, o newsmaster, viene visto come un cazzeggiatore del web) ma bensì come attenta e utile attività di selezione dei contenuti di qualità che diventano utili per la conoscenza.

Il suo valore, infatti è percepibile dalle aziende che ‘aumenteranno la loro brand awareness e potranno differenziarsi dai loro competitors‘, ma anche i singoli utenti ‘ che, specializzandosi in un topic, raccogliendo i migliori contributi della rete con qualità e creatività, potranno diventare dei veri e propri “guru” della community di riferimento‘.

Ma alcuni esempi, fra i più svariati, possono chiarire meglio l’idea:

e ovviamente redazioni, blogger, scuole, ecc.

Strumenti

Ecco che allora ci serve un qualcosa (metodo e strumento, o meglio ancora strumento che soddisfi il metodo) per dare una connotazione sistemica alle informazioni: categoria, etichetta, fonte, autore, periodo, validità, ecc. ecc.
Svolta questa fase di analisi, si cercherà poi di creare un flusso di informazioni, molto selezionato e spurgato dal rumore e dai falsi positivi, in base al tema di interesse per la nostra attività.

Con l’ausilio di piattaforme (qui ne trovate una buona scelta) consiglio, a puro titolo di esempio, il metodo con il quale mi son avventurato in questi giorni, ovvero Scoop.it e Hoot Suite.

Scoop.it lo reputo uno degli strumenti migliori perchè, una volta configurato per bene e con pazienza (qui una guida) riusciremo davvero a robotizzare al meglio la fase di discovery e di aggregazione.

Esaurita questa fase, che comunque va mantenuta e curata anche nel tempo con aggiunte e cancellazioni delle fonte e/o delle keywords, possiamo passare alla fase di gestione e diffusione.

Il mio consiglio cade su Hoot Suite, ovvero la consolle sociale più abbordabile e facilmente gestibile. Io ci aggrego direttamente il file rss di Scoop.it, ma so che ci sono anche altre possibilità legate alla cooperazione applicativa fra i due ambienti:  http://www.buzzes.eu/blogit/2012/10/scoopit-hootsuite-integrare.html

Considerazioni finali

La content curation è un progetto che genera processo. Quindi va gestita con calma e con molto tempo all’inizio. In questo modo otterremo i massimi risultati. Bisogna selezionare fonti, decidere keyword appropriate, scegliere la quantità e la qualità dei flussi. Armarsi di tantissima pazienza.

Le piattaforme per questa specifica attività sono in continua evoluzione. Molte son dedicate, altre generaliste, alcune anche di tipo professionale e dunque a pagamento.

Per uso personale non credo bisogna investire null’altro che il proprio tempo. Per uso aziendale val la pena provare con strumenti free e poi scalare, se opportuno.

Emergono nuove professionalità come quella del newsmaster (oddio un’altra). Si tratta di quel tizio che passa tanto tempo davanti al monitor e può dare valore all’organizzazione (o a se stesso) lavorando con passione sulla ricerca, ottimizzando l’aggregazione e ponendo molta cura nel filtraggio dei canali.

Link utili:

http://www.rohitbhargava.com/2009/09/manifesto-for-the-content-curator-the-next-big-social-media-job-of-the-future-.html

http://www.pearltrees.com/#/N-u=1_456705&N-p=32727102&N-s=1_3991169&N-f=1_3991169&N-fa=3852488

http://www.masternewmedia.org/it/content-curation-come-distinguere-i-veri-curatori/

Last resort

Premetto che, a mio parere, la scelta è per lo meno discutibile e alquanto bizzarra.

Sicchè val la pena catturare la schermata per futura memoria.

Ora però diciamo pure che avranno studiato comunicazione ma, sicuramente non hanno studiato Photoshop. Il montaggio delle teste è orribile e l’effetto che ne consegue davvero pacchiano.

Il problema, però, è che ai tempi dei Social Network non puoi pensare di cavartela dicendo che è una goliardata.

Sicchè anche il messaggio implicito che volevano trasmttere è stato letteralmente massacrato su Twitter e Facebook, a cominciare da uno dei 5 super eroi.

La questione è semplice, volevano che ne parlassimo? Ok, lo abbiamo fatto e se questa è viralità hanno vinto il primo round.

Ora però, per quanto mi riguarda, se ancora mi rimaneva un dubbio su cosa fare stasera, grazie a questa goliardata è svanito del tutto, e mi appresto a sdivanarmi per la sesta puntata di Last resort! Anche perchè questi con Photoshop ci sanno fare.