Predizioni

Provo a illudermi su qualcosa di positivo per il prossimo anno:

1) Il Milan batterà il Barcellona in Champions

2) Verrà scoperta la storia d’amore fra la Camusso e Crosetto, a loro insaputa

3) Finalmente uscirà un modello di smartphone con il quale si potrà anche telefonare

4) Marchionne aprirà il suo primo negozio di cravatte a Detroit

5) Torneranno i cervelli in fuga attratti dalla riforma del lavoro che il governo Ingroia emanerà nei primi 100 giorni

6) Nicole Minetti debutterà a Brodway con il suo nuovo musical: ‘Silicone e vecchi merletti’

7) Zuckerberg acquisterà Google, Apple e i treni Italo di Montezemolo e Della Valle

8) Mentana sostituirà Vespa a ‘Porta a Porta’ che rimarrà, comunque, nella squadra, come addetto ai plastici

9) I giornali non parleranno più di Berlusconi

10) I blog saranno ancora vivi e vegeti

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Moriremo incazzati

Leggo lo splendido post di Luca che, a fine anno, stila un elenco di motivi per causa dei quali non si innova o dove quella poca voglia di innovare viene repressa e molto spesso sconfitta o emarginata.

Ritrovo, in un paio delle sue asserzioni, quasi degli slogan veri, condivisibili, provati e studiati spesso:

1) Gli innovatori nella burocrazia sono quasi sempre isolati

2) In un contesto generalmente conservatore e pigro, le persone poco innovative si sentono confortate quando un innovatore non riesce o quando riesce ma viene scoperto qualcosa che ne peggiora l’immagine

3) La conoscenza delle strade dell’innovazione richiede lunghe spiegazioni

e devo riallacciarmi all’altro post/manifesto di Gianni (più volte citato in questo blog e altrove) che sommato a quello di Luca stimolano un po’ la voglia di incazzarsi e di combattere, ma fino a quando?

Infatti, il problema vero è che stiamo invecchiando senza assistere a cambiamenti radicali.

Luca dice che …  un oceano di cose che cambiano lentamente ma, a chi invecchia ciò appare poco bastante e spesso deprimente.

Come affermo spesso da queste parti, sarebbe bello vincere qualche volta, e non assistere sempre e solo alla vittoria di chi sta fermo, non si espone, si muove sotto traccia e cerca soprattutto l’equilibrio.

Qualche volta sarebbe bello che vincesse uno scapigliato, incazzato, controcorrente e visionario. Ma non succede quasi mai.

Allora stimolato dalla lettura del post di Luca continuo nell’ amaro esercizio di ricerca dei motivi ostanti,  provando ad indicare alcune soluzioni a portata di mano:

1) Rotazione dei ruoli.
L’unica volta che ho assistito a una rotazione dei ruoli, è avvenuto durante la mia carriera sportiva. La società per la quale allenavo a pallacanestro, impose a noi giovani allenatori delle squadre giovanili di ruotarci e quindi chi allenava i più grandi si trovava l’anno dopo ad allenare i piccini e viceversa. La stessa cosa l’applicai in campo, provando a far portare palla ai lunghi e a giocare sotto canestro i piccoli, in modo che vedessero le cose da prospettiva diversa.

Nelle grandi organizzazioni (pubbliche o private non fa differenza) tutto ciò non accade quasi mai. Anzi, la scusa per non ruotare è quasi sempre riferita all’ esperienza. Frasi del tipo: ‘è li da vent’anni perchè ha un esperienza indiscussa in quel ruolo‘, sono consuetudine, ma a me fanno ancora tremare i polsi.

2) Formazione obbligatoria.
Purtroppo la formazione è diventata una voce di costo, nulla più.
I grandi manager non partecipano più a percorsi formativi e riqualificativi, da decenni. Essi stessi son convinti che quello che hanno acquisito nel percorso formativo di base sia bastante.
Chi giudica i curricula dei nuovi assunti, molto spesso si trova a giudicare persone che hanno skill e certificazioni più qualificanti di lui.
La formazione vine comunque considerata un costo che deve assumersi in proprio il neo assunto e, un’altro trucco per abbassare il livello verso la mediocrità, è quello di classificare i vari skill come ‘equipollenti’.

3) Indicatori di produttività.
La produttività è diventata nel tempo una ‘voce stipendiale’, nulla più. Non esistono criteri di valutazione supportati da indicatori, parametri e soprattutto modelli che possano davvero distinguere chi opera per l’eccellenza da chi fa semplicemente il suo dovere.
E’ necessario fissare la quota stipendiale ‘variabile’ a modelli di valutazione certi e, sopratutto, gestiti da auditor esterni all’organizzazione.

4) Sperimentazione.
Non c’è tempo per la ricerca di nuovi modelli organizzativi, di nuove modalità di gestione dei progetti e, soprattutto dei processi. Sembra che il modello fordista (gerarchico, metodico e legato più alla quantità degli output che alla loro qualità) sia ancora l’unico modello di riferimento.
Ci son sempre più di due modi per affrontare un problema, ma se non si ha il coraggio di star a guardare un’altro come lo affronterebbe, non si innova mai e si rimane fermi nelle proprie ataviche convinzioni.

5) Gioco e fantasia.
Tutto ciò che non rientra nei modelli classici, anzi è considerato perdita di tempo. Ho avuto al fortuna di girare per l’MIT, di frequentare i campus della Silicon Valley, di toccare con mano un approccio divertente e giocoso alla professione, come dico spesso: ‘in infradito‘.
A volte passiamo 9 o 10 ore nei nostri luoghi di lavoro e, se ci pensiamo bene, son più ore di quelle che passiamo fra le mura domestiche. Perchè non rendere queste ore un momento di felicità?

Mi fermo qui, ma tornerò ancora su questi temi, perchè non voglio morire incazzato.

Winnie the Pooh

In questi giorni sto impaginando l’ultimo sforzo che, assieme a Simone Favaro, abbiamo prodotto per la collana di Maggioli Editore.

Al netto di questa marketta che spero mi concediate, volevo attirare l’attenzione sulla frase che abbiamo scelto come slogan del libro.

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Dopo aver letto molte critiche sull’uso di Twitter da parte dello staff del senatore Monti, mi pareva giusto dare anche un piccolo contributo con una frase sintetica ma molto efficace:

Non puoi stare nell’angolo della foresta aspettando che gli altri vengano da te. Devi andare tu da loro qualche volta.

l’ha pronunciata Winnie the Pooh :)

Bidirezionale

L’altro giorno, assieme ad alcuni compagni di merende, sono andato al Centro Culturale Candiani di Mestre per un incontro sulla Democrazia Partecipata. Dopo circa due ore di monologhi noiosi espressi in rigido politichese dalla platea è emerso un certo disagio.

Presto la timidezza è mutata in protesta al punto che la moderatrice mi ha letteralmente scaraventato sul tavolo dei relatori, per un tentativo atto a riportare il tema e il contesto sui binari della partecipazione, dell’interattività, della bidirezionalità con lo spirito dialogoco che un incontro del genere dovrebbe sempre prevedere.

A quel punto, il neo assessore alla Cittadinanza Digitale del Comune di Venezia, Ghetti, ha vivacemente mostrato il disappunto sulla ‘nuova’ dinamicha, asserendo che lui era convenuto per: COMUNICARE, non per INTERAGIRE.

Oggi, grazie al solito e attentissimo R. Scano, intercetto un tweet di Gianluca Sgueo (esperto spe­cia­li­sta in comu­ni­ca­zione presso la Pre­si­denza del Con­si­glio dei Mini­stri e, probabilmente, gestore dell’account twitter di Mario Monti).

Ecco, dentro di me sorge il solito dubbio profondo e amaro. Siamo all’anno zero dell’Opengovernment.
Come il Ghetti di cui sopra, anche Sgueo giustifica l’uso dei social media come megafono unidirezionale e così fa la maggior parte dei politici che dovrebbero aprire la casa di vetro, fare della partecipazione e del sistema dialogico i pilastri per il Governo aperto (Opengovernment).

Urlo a squarcia gola, per l’ennesima volta: ESSERCI E’ DIVERSO DA STARCI! I social media sono uno dei mezzi più idonei per interagire e vanno presidiati con la logica, il ritmo e i linguaggi che li connotano.

A questo punto son costretto a riproporre le slides con le quali ho accompagnato diverse sessioni sul tema, non ultima quella che mi ha permesso di interagire con molti giovani amministratori locali, qualche settimana fa al CUOA.

Separati culturalmente

Non sono un fine osservatore politico perchè non ho esperienza in merito e non ho mai studiato la materia.

Posso notare, però, che la giornata di oggi sembra aver segnato definitivamente lo spartiacque fra l’ignoranza populista e la raffinatezza conservatrice.

Son due uomini fondamentalmente di destra ma in due frasi, pronunciate a poca di stanza di ore, si percepisce l’enorme distanza culturale che li divide.

Mario Monti: ‘faccio fatica a seguire la linearità del suo pensiero

Silvio Berlusconi: ‘Ho sognato…Ingroia alla Giustizia, Fini nelle fogne, e non vi dico cosa faceva la Bindi’

Assaggini

Stavo mettendo un po’ di ordine ai link sulle recensioni ai miei libri e mi sono imbattuto in questo strano aggeggio!

Si tratta dell’assaggino del primo capitolo de La Cittadinanza Digitale in formato eBook

Non chiedetemi come hanno fatto, perchè non lo so, comunque cliccandoci sopra potete leggere a video un po’ di cose che scrivevo 3 anni fa :)

 

La cittadinanza digitale

 

Vi ho voluto bene

2012

Cari lettori, mancano ormai poche ore alla fine del mondo e già dall’Australia e dalla Nuova Zelanda stanno arrivando notizie drammatiche.

E’ stato bello condividere con voi questo spazio dove spesso abbiamo conversato sul futuro e su un mondo migliore.

Purtroppo tutte le cose belle son destinate a finire e anche questo blog verrà distrutto tra poche ore. A dire il vero ho cercato dei Server su Marte e su Plutone per fare un back-up da consegnare agli improbabili sopravissuti, ma i prezzi del servizio erano decisamente esagerati.

Sembra che solo Wired, Gizmodo, Tecrunch e pochi altri riusciranno a copiare i loro blog su altri pianeti. Nemmeno Robert Scoble ce l’ha fatta. Che dire, ‘mal comune mezzo gaudio’ non aiuta, e allora facciamocene una ragione, tutto questo andrà perduto come lacrime nella pioggia.

Mi son promesso, nel caso ci fosse concessa una seconda chance, di reincarnarmi e ripalesarmi come gatto. Lo so, un po’ comoda come soluzione: altre 7 vite a disposizione, una lettiera sempre pulita, nessun onere lavorativo, contributi da versare, carriera da conquistare, ecc. Solo un comodo divano dove far le fusa.

In queste poche ore a disposizione prima della fine, volevo fare qualcosa di eclatante ma non riesco a decidere il gesto estremo che mi possa riconciliare con i tormenti vissuti in questo lampo di vita. Lascio a voi la scelta, se avete voglia di commentare per l’ultima volta:

  1. Chiudere l’account di Facebook
  2. Rivedere il derby Milan-Inter: 6 a ZERO,  del 2000
  3. Dire al mio capo: ‘Ciao, mi licenzio, e cambio pure il numero di cellulare!’
  4. Entrare da Abercrombie urlando: ‘abbassa quella cazzo di musica!’
  5. Staccare gli specchietti a quell’auto che parcheggia sempre sulla pista ciclabile
  6. Provare a ridere, almeno una volta, su una battuta di Massimo Boldi
  7. Fare la pipì in piedi con la tavoletta abbassata
  8. Lanciarmi in un Bungee Jumping dalla torre delle nanotecnologie del Vega
  9. Dire a chi mi ha ostacolato che, forse, poteva inpiegare meglio il suo tempo
  10. Prendere su Obama alla fermata del tram e portarlo a bere uno spritz

Socialcosi

Chi abita la rete sa che i ‘socialcosi‘ a cui mi riferisco, sono quell’insieme di servizi ai quali ci siamo affezionati negli ultimi anni grazie all’esplosione del web 2.0 o, come amo definirlo ‘web in salsa social‘: Social Media, Servizi Cloud, Apps, Social Network, ecc.

Con questi ‘socialcosi‘ ci gioco, studio, lavoro, ricerco e persino elucubro in libri e docenze.

Son sempre partito da un sano principio prima di fare considerazioni: Che vantaggio mi danno?

Ergo non capisco le alzate di scudi sulla vera o presunta (dipende molto dalla capacità di interpretazione della lingua inglese) scelta di Instagram di vendere le nostre foto.

Forse non è chiaro a tutti che dietro a questa cosmetica social, ci sono aziende ICT, vere e proprie multinazionali con piani di business che hanno regole ferree.

Avete presente cosa sono quei nomi sulla mappa qui sotto?

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Molte sono multinazionali che hanno superato la bolla del 2001 e che devono ora riposizionarsi colorando di social i loro investimenti e i loro servizi. Ma per fare cosa? PER FARE PROFITTO OVVIAMENTE!

Sta a noi scegliere se usare questi servizi, capire se ci danno dei vantaggi reali e scegliere quello che impatta meglio con la nostra etica e il nostro sistema relazionale.

Credere di vivere in un mondo ideale dove tutto ti è concesso gratuitamente per sempre, mi sembra un atteggiamento un po’ infantile.

Porto un esempio, l’ultimo che mi è capitato. Questa che vi indico è una delle centinaia di aziende ICT che operano nel campo del cloud storage. L’ho sperimentata, mi dava dei vantaggi, ora ha cambiato le regole. Proprio 2 giorni fa.

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Che si fa in questi casi? Come si reagisce se non ci sono più vantaggi reali? Semplicemente si cambia e, per fortuna possiamo farlo. Ciò si chiama EMPOWERMENT o più semplicemente: ‘potere del consumatore‘.

My 2 cents

Bisogna pretendere la negoziazione

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Leggo le interessanti riflessioni di Luca sulla decisione del Guardian di interrompere la ‘collaborazione’ con Facebook per la sua app sociale.

Premetto che sono molto interessato al tema del social reading e alla sua evoluzione. Sono inoltre molto intrigato dal grafo sociale di Facebook e dagli esperimenti in atto (vedi Repubblica on line, su tutti) e, ovviamente, dentro a Pionero ne stiamo discutendo con l’editore.

Il tema è complesso e credo che anche il risvolto radicale (ogni editore e ogni testata può dedicarsi allo sviluppo di un app sociale) non risolva il problema …….. fra l’altro, il recente flop di Murdoch con il Daily non aiuta i coraggiosi.

Parto come sempre da una considerazione che, forse, aveva spinto quelli del Guardian verso la scelta: ‘go where clients are!‘ …..e gli utenti stanno già nei social network.

Il problema è la scarsa propensione a negoziare che, badate bene, è tipica di tutto ciò che viene erogato nel cloud. Facebook mette a disposizione le sue API per lo sviluppo e il grafo sociale come infrastruttura per le relazioni IN/OUT che poi lo stesso Facebook gestirà con le sue regole. Prendere o lasciare!
Perchè dico che è tipica di chi è nato nel cloud, perchè è proprio così. Provate a guardare i Termini di Servizio di tutti i servizi cloud, non ammettono nessuna negoziazione e quando cambiano alcuni articoli dei loro TOS, ti chiedono semplicemente di aderire o di dileguarti.

Questo protegge il loro business, perchè ogni negoziazione avrebbe un costo, insopportabile.

Le cose, però, stan cambiando e molti provider di servizi cloud hanno capito che rischiano di perdere i fornitori di contenuti.
La favola che i social media e i social network possono sopravvivere SOLO con gli user generated content, è finita. Ergo le parti, prima o poi, si siederanno a un tavolo, dinamica che nel cloud rappresenta un vero paradosso.

Che ne pensate?