Europa chiama Italia

Settimana bollente che si chiude con diversi spunti di interesse anche polemici (il mio) e alcuni tweet di stamane che Massimo e Edoardo hanno postato all’alba. Tutto ciò, unito a una tiratatina di orecchie dell’amico Quinta, mi portano ad approfondire un tema, quello dei Fondi Europei per il digitale.

Non vuol essere una lezioncina, ma solo una piccola lista di spunti per ulteriori riflessioni:

A) Potremo partire dalla landing page: http://europa.eu/about-eu/funding-grants/index_it.htm o dalle deinizioni di Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Fondi_strutturali o alcuni chiarimenti fra fondi strutturali e fondo di coesione: http://europa.eu/legislation_summaries/glossary/structural_cohesion_fund_it.htm o ancora cosa sono i progetti europei, specialmente quelli di ricerca: http://cordis.europa.eu/projects/home_it.html o quelli di cooperazione regionale: http://ec.europa.eu/regional_policy/index_it.cfm
Tanta roba vero? Massimo servono esperti, non credi?
E a dire il vero, giurin giurello, spesso ne parlo con onorevoli deputati che non sanno nulla o quasi di queste cose.

B) Per quanto riguarda il tema delle infrastrutture e del rapporto Caio, posso solo aiutare ad approfondire la discussione partendo da uno scoreboard ormai fissato che si basa su indicatori scientifici e su una raccolta efficace: http://ec.europa.eu/digital-agenda/en/scoreboard ma posso aiutare con il lavoro che facciamo nelle regioni: http://www.cisis.it/dir_allegati/eventi/riir/Rapporto%20RIIR%202012.pdf o ancora osservatorio Assinform ecc. Tutta roba buona, come quella presentata da CAIO, che serve a capire da dove partiamo. Peccato manchino gli indicatori di risultato per ogni azione passata e futura sulla penetrazione di banda larga.

C) Per quanto riguarda il tema della cultura digitale (tema caldo dei dibattiti di ieri e oggi) val la pena di ricordare che è in atto un grande lavoro di redazione delle ‘Linee Guida Nazionali per la Formazione e la Cultura Digitale’, fortemente volute dall’onorevole Coppola, alle quali stiamo partecipando un po’ tutti, da strutturati o da predicatori. La strada è irta, in salita, secondo me anche pericolosa. Non ci son fondi e io stesso ho partecipato al tavolo del fundraising dove davvero mi son messo le mani nei capelli. C’è poca conoscenza della fondistica europea e delle opportunità indotte. Detto questo, i territori fanno cultura digitale con mille micro azioni, tutti i santi giorni. Ma un piano nazionale non finanziato, senza nemmeno uno straccio di PON dedicato, fa acqua da tutte le parti. Paolo questa è per te :) 

D) E per finire, in tema di PON e POR e dunque di grande piano per sfruttare i Fondi strutturali della Programmazione 2014-2o20 registro, leggo, partecipo e negozio in un fase delicatissima. Il documento di partenza redatto da Barca e dal suo team era davvero qualcosa di sublime. Oggi, purtroppo, registro che gli Accordi di Partenariato nazionali e locali lo stanno stravolgendo: http://www.coesioneterritoriale.gov.it/metodi-e-obiettivi-per-un-uso-efficace-nel-2014-2020/. E anche qui dovremmo aprire un tema sulla gestione e la concertazione con le lobbie.

Per ora mi fermo.

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Facebook e i contenuti

Sembra che Facebook stia per buttarsi sulla Content Curation. Per ora si sa molto poco ma il video che segue fra presagire un qualcosa che va a posizionarsi proprio nel mercato del content.

Sarà vera gloria? O sarà forse l’ennesimo segnale che la crescita di utenti si è ormai fermata e bisogna cambiare modello di business? I rumors dicono di aspettare fino al 3 Febbraio, poi ne sapremo di più.

 

Accumulatori seriali

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image credits

Con la diffusione su larga scala dei Social Media si sta verificando un fenomeno che definire inutile è perlomeno riduttivo. Se posso permettermi lo definirei dannoso per la reputazione personale.

Gli ‘accumulatori seriali‘ sono quei personaggi che scalano le classifiche dei vari social per raggiungere un numero di follower sufficiente per bullarsi con gli amici o con i datori di lavoro (don’t forget che un buon Social Media Manager da il meglio di se in qualità, non in quantità).

Il loro comportamento lo noti subito. Su Linkedin usano la solita frase preconfezionata: ‘Sei una persona di cui ho piena fiducia: vorrei quindi invitarti ad entrare a far parte della mia rete‘. Indovinate un po’ quale trattamento riservo a tali richieste, non è difficile dai :)

Su Facebook ti chiedono il contatto reciproco senza accompagnare l’azione con uno straccio di messaggio del tipo: ‘ Ciao sono tizio, ti leggo con piacere su altri social e mi piacerebbe stabilire un contatto anche qui per ….‘. Niente di niente. Solo una richiesta asettica priva di qualsiasi sentimento. Al che io rispondo comunque con una frasetta tipica che, spero, denoti cortesia e non supponenza: ‘Se non vi aggiungo subito sul mio profilo personale, quando mi mandate la richiesta, può essere sicuramente che non mi ricordi chi siete. Ok, sto invecchiando, ed è colpa mia. Ma fate uno sforzo, accompagnate la richiesta con due righe di informazioni.’. Il 99% di questi signori nemmeno rispondono alla mia sollecitazione e spariscono nell’oblio della rete per sempre.

Su Twitter (che notoriamente non obbliga alla reciprocità) il loro comportamento è ancora più buffo. Ti agganciano come follower e seguono per un paio di ore la tua TL, magari fanno un retweet di un tuo post o lo aggiungono fra i preferiti per farsi notare poi, se non li agganci anche tu come following, recedono dal contatto e se ne tornano nell’ombra.

Argomentavo attorno a questi comportamenti nell’ ultimo lavoretto: Business Networking e oggi giungo al punto di definire questa pratica come dannosa per la reputazione personale perchè assimila questi tizi agli stalker.

La qualità e il valore delle relazioni in rete (professionali o non) è qualcosa di molto più complesso e più profondo rispetto a degli asettici numeri. Per stabilire relazioni profittevoli è necessario analizzare le fonti, i contenuti, la frequenza, l’originalità e offrire agli altri altrettanto se non di più, possibilmente favorendo un arricchimento reciproco.

Poi ci sta che uno possa fare scelte rigide, ovvero seguire poche selezionatissime fonti, magari per fiducia o stima o ancora per conoscenza diretta.

Fate un po’ voi. Volete continuare ad essere dei lurker con grandi numeri o preferite diventare dei contributori a prescindere dalla lunghezza della vostra lista di follower?

Sito web del comune

Sei il sindaco di un piccolo comune?

Sei il webmaster di un piccolo comune?

Sei il consulente di un piccolo comune?

Chiunque tu sia, se hai bisogno di un sito web, ora c’è un altra opportunità grazie a GovFresh che ha messo a disposizione un tema specifico per WordPress: http://govfresh.com/2014/01/building-government-wordpress-theme/

Perchè non approfittarne? WordPress è facile da installare e da gestire, e ci sono migliaia di video guide o di guide testuali pronte all’uso.

Non ci son più scuse per buttare via i soldi pubblici. Fatelo!

Il tema è scaricabile da GitHub

Breaking news

Velocemente un paio di annotazioni per il week end

A) Concordo al 100% : http://www.linkiesta.it/banda-larga-non-basta ma è un tema che ho dibattuto spesso in questo blogghino

B) Ho consegnato la prefazione per il nuovo libro dell’amico Michele che pubblicheremo sulla collana Pionero. Ve la butto qui, così ci date un’occhiata, ok?

Se la città cambia o cambierà in meglio, lo si dovrà soprattutto alle persone e al loro modo di intendere e cercare la felicità e il benessere.

Il gioco è parte della felicità e soprattutto della creatività che ognuno di noi singolarmente o in gruppo riesce ad esprimere.

Michele Vianello, nel suo secondo libro dedicato alle città intelligenti, parte proprio dal gioco e contesta da subito le ‘regole del gioco’ stesso, ovvero i regolamenti, i livelli di mediazione e anche gli arbitri.

Se poi l’arbitro è la Pubblica Amministrazione, ovvero la stessa che scrive, applica e spesso elude i regolamenti, allora c’è qualcosa che non va e che alla lunga inficia su quella ricerca di benessere e felicità che legittimamente è aspirazione di tutti.

Dunque il metodo proposto è quello che trae origine dal paradigma della “gamification”, quindi meno intriso di tecnologie abilitanti, meccanismi di controllo e, soprattutto, controllori.

Vianello immagina smart citizen che giocano con i dati aperti, in grado di costruire applicazioni e, ovviamente, molto impegnati nell’indirizzare le politiche del loro territorio. Quando Vianello immagina lo scenario dove tutto ciò può avvenire (le pareti di un canyon, una foresta, i cartelloni pubblicitari, ecc.) sembra di rivivere l’epopea di Sim City.

Il testo per il suo aspetto giocoso, ma anche provocatorio, si pone in antitesi con quella che viene definita “la via tecnocratica alla smart-city”, ovvero il tentativo di legiferare, modellare e omologare approccio, strumenti e metodi che minano l’intelligenza e la creatività e soprattutto la consapevolezza dei cittadini appartenenti alla smart community. Per Vianello i sistemi normativi, come pure quelli troppo benchmark-oriented, tendono a frenare lo sviluppo condiviso e partecipato della città o del territorio del nuovo millennio.

L’approccio alle misurazioni e in particolare alle stime sulla felicità o meglio alla soddisfazione del ‘vivere’, passano inevitabilmente attraverso la ‘smart governance’ ovvero la capacità inclusiva, democratica e innovativa di un Amministrazione Locale di confrontarsi con gli smart citizen. E qui siamo distati anni luce da ciò che si auspica. Il grado di partecipazione va confrontato con altri parametri, primo il vantaggio al partecipare, secondo la gioia di partecipare, terzo la capacità di coinvolgimento. Dunque un mix fra indicatori e sensazioni, fra approccio scientifico ed empirico. D’altronde la città smart è un organismo vivente e mutevole e dunque va preso in considerazione l’effetto trend, ovvero ciò che indirizza il cambiamento e questo può essere tutto ciò (commerciale e sociale) che fa vivere meglio. Null’altro.

Ecco perché a Michele Vianello piacciono tanto anche gli oggetti digitali che inducono a cambiare il territorio partendo dal cambiamento degli stili di vita. Non tutto quello che esce ogni anno dal CES inciderà profondamente sulle nostre vite ma, spesso, quelli che ci sembrano solo giocattoli tecnologici possono cambiare radicalmente il modo di relazionarsi, fare business o semplicemente vivere meglio. E questo è il gioco della vita, ai tempi del web, del cloud, dei social network e dell’internet degli oggetti, paradigmi che per l’autore sono il riferimento (o meglio i pilastri) su cui si basa un territorio intelligente.

Gianluigi Cogo Direttore Scientifico di Pionero

C) E’ uscita su ForumPA un’intervista su Business Networking, il lavoro fatto a quattro mani con Simone. Riporto qui anche questa così riempio il post :)

Business networking, una strada che la PA deve percorrere. 20/01/2014 di Eleonora Bove

Cadono le barriere, non importa che si lavori per un ente pubblico o un privato, noi siamo quell’ente. Il web ha rimescolato le carte in tavola: le relazioni interne si sovrappongono a quelle esterne in un flusso di comunicazioni e reti di relazioni che identificano e caratterizzano Istituzioni o aziende. In questo contesto un buon networking è fondamentale. Ne parliamo con Gianluigi Cogo.

Le nuove tecnologie hanno cancellato il confine tra il volto ufficiale e il dietro le quinte; che sia un’istituzione pubblica o un azienda privata non importa, siamo quello che appariamo e la nostra rete di contatti o meglio networking ci definisce. La serie di relazioni e flussi comunicativi “peer to peer” in cui siamo immersi creano una zona diffusa di scambio: comunicativo, affettivo, di servizio. Si può fare business sui social? Sicuramente sì, in quanto luoghi virtuali in cui si afferma più di qualsiasi altro la centralità della persona e delle relazioni. Partecipazione, apertura e trasparenza diventano i nuovi dogmi per creare visibilità, credibilità e reputazione, ma due più due non sempre fa quattro. Il web, terra di opportunità ma anche di grandi illusioni, bisogna saperlo governare. Ne parliamo con Gianluigi Cogo che ha da poco pubblicato, assieme a Simone Favaro, per Maggioli il libro “Business Networking” .

Iniziamo con una provocazione: il web non si discosta tanto dalla vita reale, importa più chi si conosce che cosa?

Assolutamente sì. Si ribaltano dei falsi miti, si pensa che sul web possano nascere delle amicizie, in realtà non è così. Si instaurano delle modalità che poco si discostano dalla realtà e molto dipende dalle persone, che vengono rimesse al centro delle relazioni. Certo gli strumenti contano, ma la negoziazione e la relazione tra le persone è ancora il punto di partenza. Che grazie ai social si possa usufruire di un enorme patrimonio di contatti a costo zero e che basti aggiungere una persona tra i propri contatti per avviare un’attività, sono alcune delle tante illusioni in cui si cade nel web.

Eppure secondo una ricerca IPSOS il 68% degli italiani riconosce l’importanza del networking on line. Secondo la tua esperienza è davvero questa la fotografia del nostro paese?

Non credo proprio. Io ogni anno, con il mio corso universitario dedicato proprio ai social, mi relaziono con centinaia di ragazzi e tocco con mano qual è la loro idea e, a oggi, il nostro Paese considera ancora i social network come strumenti di entertainment puro. Ma se andiamo a vedere, sotto c’è tutta un’infrastruttura che permette di fare applicazioni, single sign on e tutta una serie di attività diverse, ma chi ha questa consapevolezza? Sono pochissimi. Lo stesso vale per Twitter, quanti lo usano professionalmente? Qualche redazione giornalistica o qualche azienda che ha un social media team e lo usano per fare customers care, ma sono una percentuale piccolissima.

Parliamo un po’ di reputazione sul web. Quanto conta e come si costruisce. Ci sono dei trucchi o al tempo non c’è rimedio?

L’unico trucco è l’etica, punto. Ci sono degli strumenti per monitorare la propria web reputation, ma sono l’etica e la coerenza che fanno una reputazione sul web. Dimentichiamo che la rete ha una memoria formidabile e spesso per fretta tralasciamo tutte quelle azioni che sono di semplice buon senso, ma che fanno la nostra reputazione e finiamo per pagarne le conseguenze. Discorso che vale per le aziende, ma anche per le persone

Tutto ciò è riferibile anche alla PA?

Io dico sempre che per capire come mai le PA non riescono ad essere persuasive o attraenti sul web, basta guardare le loro reti intranet. Se ci sono delle difficoltà a relazionarsi all’interno, difficilmente ci riuscirà all’esterno. Come dicevo le barriere sono cadute, ormai casa e lavoro sono la stessa cosa. Gli strumenti che utilizzi nel privato, sono gli stessi che utilizzerai a lavoro. E’ quel fenomeno che viene definito consumerization. La Pa non si scrollerà mai di dosso la muffa, quel modo di essere vista come appesantita dalla burocrazia se non aderisce a tutte quelle dinamiche che avvengono nel privato in materia di customers care. Perché quando parliamo di social la PA ha sempre una policy che fissa gli orari del servizio? Io credo che la PA si debba avvicinare al modello d’impresa, superare la dimensione temporale, e non pensare a come regolamentare la rete.

In merito alle persone che fanno l’azienda, mi sembra che oggi la linea che separa la gestione delle relazioni interne ad una azienda e la gestione di quelle esterne sia venuta meno. Che ne pensi?

Ormai questo confine non esiste più. Io vado un po’ controtendenza rispetto a quelli che dicono che bisogna avere un profilo personale e uno aziendale/istituzionale sui social. Sono contrario. Tu fai parte dell’azienda o dell’Istituzione, perché il discorso è lo stesso per la PA, 24 su 24. Quella è la tua immagine e la tua reputazione, non è che la puoi distinguere o separare a seconda del profilo. L’azienda e la PA parlano attraverso i propri dipendenti. Ormai le barriere sono cadute, parliamo di flussi di comunicazioni, di reti, non parliamo più di mercati quando pensiamo ad un’azienda o ad un’istituzione.

Un esempio di un business networking ben riuscito.

Pensiamo a FIAT Brazil che, sfruttando il proprio networking di 29.000 contatti, lanciò il primo esperimento di progettazione di un’automobile in modalità ”crowdsourced”, la FIAT Mio. Furono raccolte 22.000 proposte e il progetto è stato poi rilasciato in licenza Creative Commons, così da poter essere riutilizzato e sviluppato anche da comunità esterne a FIAT. Quindi non brevetta il progetto, ma essendo FIAT partecipe al processo ha un vantaggio sui competitor e, avendo esternalizzato la fase di ricerca e sviluppo, ha ottenuto un grande risparmio che può essere investito nella produzione.

D) Venerdì prossimo sarò a Verona ospite dell’ordine degli ingegneri per chiacchierare su Hack4Med il contest europeo sugli Open Data. Maggior dettagli in settimana.

E) Markettona finale. Business Networking è in offerta su Amazon per 18.50 Euro

businessnetworking

Enrico

Lungi da me fare il politologo da un blog personale dove mischio elucubrazioni e cazzeggio in salsa social, però, però, detta fra noi, la sinistra italiana è morta con il grande Enrico Berlinguer.

Il capolavoro del figlio di D’Alema (al secolo Matteo Renzi) è stato quello di resuscitare per l’ennesima volta Mister B. dandogli anche l’occasione di ergersi a ‘padre della patria‘. Mica pizza e fichi!

Mi sbaglierò ma i prossimi scenari dovrebbero essere:
– ritorno all’ovile dei vari Alfano e Casini (lo sbarramento diventa necessità/virtù e occasione imperdibile)
– ricompattamento di Lega, Fratelli d’Italia, ecc. che quando sentono odor di elezioni si mettono tutti sotto l’ala del campione mondiale di elezioni
– divisioni e frantumazioni (au usual) fra le varie correnti a sinistra, delle quali gli elettori non capiranno nulla, favorendo il Beppe Grillo populista seduto sulla sponda del fiume
– elezioni politiche stravinte da B.
– opposizione principale rappresentata dai grillini
– cerino in mano per altri 25 anni

p.s. delle politiche infrastrutturali utili a tirarci fuori dal pantano si potrà cominciare a parlare nel 2016, forse, quando al troika ci chiederà i soliti e ciclici sacrifici.

Da grande voglio fare la twitterstar

10 regole per atteggiarsi twitterstar:

1) Non postare più di uno o due tweet al giorno (questo fa intendere che sei proprio tu a twittare e che non hai bisogno di un social media team)
2) Segui meno dell’1% dei profili che ti seguono (una vera twitterstar detiene minimo 100.000 follower e segue al massimo 100 profili di cui almeno 10 devono essere sconosciuti alle masse)
3) Non replicare mai se non a quell’1% che segui (però una volta al mese soddisfa con un replay a sorte un perfetto sconosciuto che ha pochissimi follower, questo fa rosicare tutti gli altri)
4) Non mettere MAI dei link nei tuoi tweet (devono seguirti e adorarti per quello che dici, non per quello che condividi)
5) Posta pochissime foto e MAI foto scattate in momenti pubblici (i tuoi follower si aspettano solo foto improbabili, meglio se del tuo cane, gatto o pappagallo)
6) Cerca di essere criptico e banale, servirà a stimolare flame infiniti e twitta solo dall’iphone, mi raccomando!
7) Cambia spesso l’avatar (una volta ogni 15 giorni va benissimo) e usa lo sfondo e la testata di default che fa molto snob
8) Nella bio non devi mettere assolutamente nulla
9) Una volta all’anno insulta qualcuno di famoso (serve a fare in modo che il mainstream si occupi di te e comunque per dimostrare che puoi farlo e non hai paura delle conseguenze)
10) Ogni tanto twitta alle 3 o alle 4 del mattino, mica hai una vita banale come i tuoi follower!

Decadenza

Oggi Massimo Mantellini segue la linea che ha sostenuto ieri sera Luca Sofri a Ballarò. Più o meno.

Il ragionamento non fa una grinza ma il finale, come per Sofri a Ballarò, tende a sposare una causa molto cara al PD e a Boccia, che secondo me è pericolosa, ovvero: ‘chi è innocente scagli la prima pietra’.

Credo invece che si debba dare speranza, importanza e appartenenza, anche politica, a chi non ha mai voluto compromettersi.

Se non lo facciamo vuol dire che abbiamo imboccato, consapevolmente, il tunnel della decadenza.

My 2 cents.

Computer sotto pelle

Del ‘chip sotto pelle’ sappiamo quasi tutto, anche perchè alcune pratiche sono già in atto o in corso di attuazione.

Era già nell’immaginario del mondo fantasy ma difficilmente potevamo sperare che un intero computer potesse essere impiantato sotto pelle o in altri ambiti (vestiario, elettrodomestici, animali, ecc.)

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Dal CES 2014 esce invece il primo computer ‘impiantabile’ ovunque:  http://www.intel.com/content/www/us/en/do-it-yourself/edison.html ed è il colosso Intel che lo produce e lo mette a disposizione di chiunque voglia adottarlo o adattarlo per le sue esigenze professionali o personali. Oltre al processore e alle interfaccie ha anche il suo App store.

Il mondo del #wearable e dell’Internet Of Things sarà un po’ come vorremo noi o come ci imporranno le industrie del settore ma una cosa è certa, nel giro di qualche anno il nostro cane scambierà i dati con i termosifoni mentre la lavatrice sfrutterà le API delle camicie e il tostapane potrebbe essere destinato a diventare un market place con annessa piattaforma di eCommerce.

Stay tuned!