Vorrei volare

Se fino ad oggi volevo solo navigare, ora vorrei davvero spiccare il volo.

Le pubblicità delle Telco nazionali mi spingono ad immaginarmi come un novello Icaro.

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E’ la fibra bellezza, è la fibra ottica che ci farà volare.

Ma cos’è la fibra? Le Telco ce la vendono come un bene prezioso, ed in effetti lo è, anche perchè stendere e collegare la fibra in modo capillare nelle città ha un prezzo altissimo. Non parliamo poi delle zone rurali. Quasi improponibile.

Fibra ottica come infrastruttura per l’economia digitale. Evvai. Tutto bello vero?

La verità è che queste offerte nascondono un sistema misto o promiscuo che nasconde anche un po’ di inganni. Dunque sarebbe meglio informarsi cosa si nasconde dietro a tutte queste sigle: FTTCab, FTTH, FTTS, FTTB, FTTN, ecc.

Possiamo consultare  Wikipedia oppure cercare qualche indicazione sui siti delle Telco nazionali.

La nostra amata mamma Telecom ci offre anche un bel video. Dai son bravini con queste marchette, ammettiamolo :)

 

 

Ma torniamo a noi. Dopo questa inebriante pubblicità forse abbiamo capito che la fibra non arriva proprio a casa, ma solo in un cabinet (armadietto) attrezzato. Dove stia questo cabinet, lo sa solo mamma Telecom.

Quindi noi continuiamo a sfruttare l’ADSL, anzi, ad essere precisi la VDSL o VDSL2, insomma una specie di ADSL potenziata ma che corre su rame, sul nostro vecchio doppino telefonico.

Se provate a chiedere all’operatore del Call Center quale tecnologia hanno adottato per la parte rame dal cabinet al vostro modem, non saprà dirvelo. Provate! Ma sappiate che solo VDSL2 potrebbe raggiungere i famigerati 100 Mb che la pubblicità esalta.

L’altro aspetto curioso e interessante è dovuto al mistero delle cabinet. Il fatto di sapere a quanti metri da casa nostra sono locate, non è banale, perchè queste nuove tecnologie di ADSL potenziato funzionano bene solo se ci troviamo in prossimità degli apparati installati in armadietto Telecom, altrimenti son valori puramente nominali. Non reali!

Un altro problema è dovuto e legato alla qualità del rame. Chi abita in un vecchio condominio si scordi di raggiungere velocità elevate.

Insomma è utile sapere che: ‘la velocità della adsl di molto inferiore rispetto a quanto dichiarato dal provider, connessione instabile, fruscii durante le telefonate nonostante la corretta installazione dei filtri adsl…questi problemi sono nella maggior parte dei casi dovuti alla eccessiva distanza dalla centrale o più frequentemente dalla vetustà del doppino telefonico (per chi non avesse letto la parte precedente della guida, è il cavo di rame che collega la nostra abitazione alla centrale adsl) via.

Bene e allora?

Allora credo che i piani del nostro governo, come ben descritti e dettagliati da Roberto Moriondo nel suo articolo di oggi, vadano nella direzione di ottimizzare il fatto e il da farsi, concentrandosi su una regia nazionale e su regole certe di sfruttamento dei Fondi Comunitari messi a disposizione dell’Italia per ridurre il Digital Divide infrastrutturale.

Come però ben ricorda Roberto, non si raggiungerà mai il 100% della popolazione con queste tecnologie perchè son comunque troppo onerose al di fuori dai centri densamente abitati.

Ma che succede nel resto d’Europa? Siamo sicuri che stiamo andando nella giusta direzione? Gli altri paesi utilizzano queste stesse tecnologie o quest’ultime fin qui descritte sono convenienti solo per mamma Telecom che beneficerà indirettamente dei Fondi Strutturali EU?

Ammetto che un po’ di dubbi mi sorgono quando leggo proprio su Wikipedia: ‘ È una tecnologia attualmente poco diffusa, se non in Slovenia, Croazia, Svizzera, Germania, Spagna, Giappone e in Corea del Sud‘ e dunque provo a capire meglio, perchè vorrei volare, non ingrassare le Telco che già si son letteralmente mangiate i finanziamenti del progetto Socrate. Lo ricordate?

Dunque, leggendo un recente articolo di Telecoms (qui la versione tradotta da Big G) sembra che l’Europa sia abbastanza in ritardo (Norvegia esclusa) rispetto all’Asia dove nei ‘mercati emergenti il mobile è già di fatto di tecnologia a banda larga‘.

Sinceramente con l’affermarsi di tecnologie come LTE e LTE advanced, sono un po’ perplesso. Anche perchè vi ho raccontato tutto questo dopo venti giorni di esperienza fibra con cambio modem Fastweb e tante belle promesse.

Ad oggi, non vedo la luce e ieri sera i tecnici Fastweb mi hanno riqualificato la vecchia linea ADSL in quanto, gnafanno. #sapevatelo. Non è tutto oro quello che luccica e prima di volare è bene dotarsi di un bel paracadute per non cadere e farsi male.

My 2 cent!

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Moriremo sincroni

Per il sottoscritto l’email non è mai stata asincrona. Oddio, forse lo era quando usavo Eudora con il modem a 300 bps. Ok, ok, mi fermo qui, altrimenti tiro fuori dalle ragnatele momenti e feticci nostalgici.

Dunque da sempre sono abituato a consultare la posta elettronica in real time e possibilmente a rispondere dallo smartphone, o da qualsiasi cazzabubbolo a disposizione, immediatamente. Ripeto: IMMEDIATAMENTE!

L’email è uno strumento, un mezzo, un supporto, un servizio di relazione sociale oltre che professionale e dunque non vedo nessuna differenza fra esso, un social network, piuttosto che un telefono o il campanello di casa. Mi cerchi, hai bisogno di me, mi proponi qualcosa? Eccomi, pronto e sincrono convinto.

Certo che lo strumento ‘posta elettronica’ nel tempo si è evoluto molto e, pera quelli che come me ne fanno un uso sincrono, sicuramente migliorato. Lo uso molto come sistema di alerting magari collegato con il calendario, piuttosto che la sveglia o le notifiche. A volte lo uso come sistema per la lettura posticipata (read it later) o anche per l’archiviazione di documenti e discussioni (San Gmail ci ha abituati bene).

Ma mille altri usi sono legati a questo strumento che ormai ci accompagna da 25 anni. Considerarlo un sistema di messaggistica elettronica è un po’ riduttivo.

Che anche a Mountain View si siano accorti di questo è indubbio, e allora Inbox ha un suo senso.

Ma chiariamoci meglio le idee, da dove siam partiti? Forse dai client mobili che per primi hanno rivoluzionato il modo di gestire questi servizi.
Ogni smartphone permette di gestire gli account di posta con una sola applicazione, e non mi sembra cosa banale. La mia, ad esempio, è questa:

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Mi trovo bene con al mia applicazione mobile. Ho tutto sotto controllo, gestisco i vari account in modalità push e grazie a Spotlight posso fare ricerche sui messaggi in un battibaleno.

Ma andiamo con ordine. C’è chi preferisce tenere un app separata per ogni account, e allora può scegliere di usare l’app di Microsoft per gli account gestiti con un server Exchange, quella di Google per Gmail e così per Yahoo, ecc. Son scelte, legate anche alle funzionalità estese che spesso queste app portano in dote.

Poi esiste un’altro mondo che è quello dei client smart, come il defunto Sparrow (acquistato proprio da Google) o l’emergente Mailbox di Dropbox che mi ha intrigato non poco.

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Proprio dalla sperimentazione di questo client/app ho maturato alcune considerazioni che si legano perfettamente alla gestione sincrona.

L’idea è quella di mettere l’esperienza della messaggistica al centro della gestione giornaliera delle attività. Ovvero il client di posta diventa anche un gestore di attività (task) e di progetti.

L’introduzione delle funzioni associate allo swipe (tendina a scomparsa) è diventata pian piano uno standard grazie proprio a Sparrow e poi Mailbox che per primi l’hanno introdotta per specifiche azioni, fino ad allora non previste nella gestione dei client di posta.

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immagine tratta da iMore

Dunque questo è il primo elemento di relativa novità sia per l’usabilità che per la programmazione e sfruttamento del servizio. L’email non è più solo email ma è un Personal Assistant! Solo che quel PA siamo noi. E non mi sembra molto innovativo.

Yahoo ha intrapreso una piccola deviazione da tutto questo ragionamento, con la nuova app mobile. In questo caso oltre alle succitate funzionalità legate all’organizzazione personale ha deciso di spingersi oltre verso l’ibridazione con le notizie che, molto spesso, leggiamo con altri sistemi, lettori di feed o app dedicate.

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Ma il problema (o l’opportunità) rimane. Overo, cos’è oggi l’email?

Certo, ogni provider spinge l’utilizzo oltre la banalità legata alla semplice gestione della messaggistica e cerca di attrarre l’utilizzatore verso altri servizi. Dropbox spinge verso gli allegati e il suo cloud, Yahoo verso le news e/o il meteo che sono suoi specifici servizi di punta.

Dunque l’email è un identificativo, un sistema di provisioning e di identity per attrarre gli utenti verso i servizi core del provider di turno.

Le funzionalità della gestione multi account, lo swipe, il read it later, l’organizing, la gestione degli allegati e chi più ne ha più ne metta sono solo degli add-on che seguono la naturale evoluzione tecnologica o sono dei cavalli di troia per portarci verso la fruizione di servizi?

E qui entra in gioco Inbox che sto provando da un paio di giorni.

Cos’è Inbox?
Il nuovo Gmail? No, forse. Ma anche si, #ecchisenefrega se tutti dicono il contrario.

Inbox è mobile. Ovvero non solo mobile, ma l’esperienza d’uso e i vantaggi che si traggono dall’utilizzo della app sono tutt’altra cosa che la fruizione via web.

Dunque sembra nato, voluto e studiato per la posta sincrona. E questo mi piace.

Inbox lavora per noi. Si, fa delle cose senza che gli e le diciamo. A dire il vero le impara dalle nostre esperienze d’uso. Possiamo dire che si tratta di Intelligenza Artificiale? Non lo so, certo che alcune analogie con Google Now sono davvero evidenti. Ad esempio gli Highlights mi sembrano proprio ingegnerizzati per questo.

Inbox si organizza per boundle e pin. Che poi son le vecchie tab di Gmail e la stellina. Nulla di nuovo, solo che facendo ciò, Inbox apprende e te lo ripropone la prossima volta. Non male dai.

– Inbox ama gli allegati più del testo. Nel senso che li mette in maggior evidenza a discapito proprio del body. Scelta discutibile ma che cercherò di analizzare meglio.

Inbox non ha la pubblicità (per ora). E vi sembra poco?

Considerazioni finali.

Non è proprio una rivoluzione. Ci scommetterei non so cosa che dietro c’è il teem di Google Wave, ricordate? Molte idee son nate li.

Su iPhone, dove l’ho stressato io, l’accessibilità è scarsa. Tutto piccolo, iconcine e scorciatoie impercettibili. Devo comprarmi un 6 plus?

La strada, comunque, è quella giusta solo che da sincrono convinto mi aspetterei anche una versione assistita da voice. Ok, sto esagerando. O forse no!

p.s. dimenticavo una scenetta della scorsa settimana: Nominato rappresentante di classe ho chiesto a tutti i genitori di consultare la loro casella di posta almeno una volta al giorno per coordinarci con le comunicazioni. Ho rischiato il linciaggio!

 

Enjoy

Cosa c’è sotto l’asfalto?

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Renzi sta asfaltando tutto e tutti. Questo è un fatto.

Leggendo i risultati delle elezioni a Reggio Calabria si desume che la destra è ai minimi storici anche nelle sue roccaforti. Si desume anche che il M5S è letteralmente evaporato a causa dell’incapacità di affrancarsi dal suo leader. Si desume ancora anche la diaspora a sinistra non attrae poi così tanti seguaci dalle parti di Landini & C.

Non è facile capire perchè ma, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, la maggior parte di chi va al voto, discute di politica o semplicemente si intriga di ciò alla macchinetta del caffè, è unanimemente concorde nella considerazione più diffusa: NON C’E’ ALTERNATIVA A MATTEO.

E’ un bene o è un male?

Per certi versi è un bene. Nel senso che avendo una sforza schiacciante (anzi asfaltante) il nostro amato premier non può far altro che fare. Scusate il giro di parole ma questa è l’unica considerazione ovvia. Se nessuno osa fermarlo, non può far altro che andare avanti.

Per certi versi è un male, perchè tende a prevale il pensiero unico e l’incitamento a prescindere. Ignorando spesso il senso critico che è frutto anche dello scontro con gli avversari ma pure conseguenza del contrapporsi fra maggioranza e minoranza di una stessa componente.

C’è chi lo chiama ‘Partito della Nazione’. Non so se sia corretto ma questo nuovo soggetto politico che va oltre il PD e si sostanzia in un qualcosa di più ampio e più liquido, sta affascinando gli elettori che rispondono con suffragi bulgari (per lo meno quelli che vanno a votare).

E non è solo comunicazione. Non facciamo l’errore di definire Matteo Renzi solo un ottimo comunicatore.

Ma dunque, cosa c’è sotto l’asfalto?

Secondo me c’è una classe dirigente mediocre, fatta da politici e burocrati vecchi che ormai suona come un disco rotto.

Poi c’è un idea di società che non può più reggersi su pilastri secolari come per esempio l’eccesso di welfare.

Poi ancora c’è l’accettazione dell’incertezza che ha spaccato le generazioni. Provate a chiedere a un neo-diplomato o a un Co.co.pro cosa siano pensione e/o liquidazione.

E infine c’è la morte delle ideologie. Sinistra e destra sono concetti minoritari, e questo è un fatto non trascurabile che crea spostamenti di voto una volta (ai tempi delle certezze ideologiche) pressochè  impossibili.

Insomma sotto l’asfalto c’è un paese stanco, sfinito e svuotato di ideali che rende facile il compito per a chi vuol dare qualsiasi spintone o accelerata.

Ce la farà?

Non lo so, ma lo vedo ogni giorno più forte e baldanzoso. E all’orizzonte non c’è nessuno in vista che proponga alternative credibili e praticabili.

Detto ciò, è chiaro che non può sbagliare. Sarebbe diabolico. Perchè non siamo mai stati così vicini alla seconda decade del secolo in corso, con la memoria rivolta a quello precedente, ancora intatta e allarmata.

Tornando alla metafora dell’asfalto, pronunciata all’indomani della vittoria alle europee: ‘Abbiamo una responsabilità enorme. Ora si deve correre. Non ci sono più alibi. Ma con questo risultato, voglio vedere chi proverà a frenare. Da oggi saranno tutti terrorizzati. Devono rigare dritto, se no li asfaltiamo‘.

Di per se ha una logica, una forza comunicativa e un obbiettivo chiaro, ovvero cambiare per davvero il paese. L’unico problema serio è il tempo. Questa frase è stata pronunciata il 27 Maggio scorso e il tempo corre, corre, implacabile come sempre.

Social chi?

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Scenetta in autobus.

Un tizio X sta viaggiando comodamente seduto consultando il suo smartphone, ovviamente piegato e ignaro di ciò che gli accade attorno.

Sale un altro tizio Y anche lui con smartphone e cuffiette, intravede tizio X e sfilandosi momentaneamente l’auricolare lo saluta calorosamente: ‘Ciao tizio X, come va?

Tizio X alza la testa verso tizio Y e altrettanto calorosamente risponde: ‘bene, e tu?

Tizio Y replica sorridendo: ‘bene, bene‘. Si infila nuovamente l’auricolare, sorride ancora e gira la testa da un’altra parte.

Anche tizio X a quel punto abbassa la testa e si rimette a consultare il suo smartphone.

Non sarà tutta colpa del digitale ma non mi sembra socialmente edificante.

‘Due passaggi’ for dummies

Allora, la situazione è un po’ questa: Internet non è sicuro, ma tu sei un caprone!

Che internet non sia un ambiente sicuro lo sanno tutti. Bisogna stare attenti perchè i furbacchioni hanno più tempo di noi (poi sulla questione ‘tempo’ ritorno).

Vi arriva una email che vi chiede di cambiare la password del conto corrente? Qui lo so che siete bravi non ci cascate.

Vi dicono che avete vinto la lotteria? Anche qui siete bravini e non ci cascate.

Ma se vi dicono: ‘ehi lascia perdere login e password, collegati con Twitter, Facebook o Google‘, allora lo fate subito.

Questa modalità di usare i connettori sociali come credenziali per accedere a nuovi servizi è indubbiamente comoda ed è anche un modo per evitare la scocciatura di dover creare ogni volta un profilo ad hoc, scegliere una nuova password eccetera.

Tecnicamente si chiama Single Sign On o anche Autenticazione Federata e usa diverse tecniche, fra le più famose http://oauth.net/2/  , ma anche altre che sfruttano la tecnica cosiddetta della ‘chiave del parcheggiatore’:

Magari guardando un film americano avrete notato come molte auto di lusso abbiano in dotazione una chiave supplementare per il parcheggiatore, che limita l’utilizzo dell’auto. Ah, ah, ok, voi credevate che il personaggio famoso che si reca al ristorante affidasse la sua auto al portiere con la chiave originale. Ahi, ahi, ahi!
E invece l’attore famoso gli ha dato solo una chiave supplementare che dopo pochi chilometri blocca la macchina, se non addirittura il bagagliaio e le portiere.

Quando usiamo Twitter o altri servizi per autenticarci a un sito, a un app sullo smartphone ecc, in pratica concediamo a Twitter stessa solo la chiave del parcheggiatore, ovvero un accesso limitato al nostro profilo utile per attestarci e presentarci.

Detto questo però, la password di Twitter diventa importante. Io la uso per molti servizi che con il cazzeggio sociale non hanno nulla a che fare. Fra i più interessanti cito ad esempio il mio conto su Alitalia.

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Ma veramente un sacco di servizi mi chiedono di usare questa comodità, credetemi. E io lo faccio volentieri. Anche voi?

Bene, adesso pensiamo anche a come le applicazioni dei nostri cazzabubboli (smarthone e tablet in primis) si collegano quotidianamente fra di loro.

Vuoi salvare una foto su Dropbox? Perchè no, è bellissimo. Ok, allora devi inserire la password di Dropbox sul tuo smartphone. E ci sono un sacco di app fighissime che fanno queste cose con documenti, foto, musica, ecc.

Vuoi salvare una presentazione che hai appena creato con Keynote di Apple sul cloud di Microsoft? Mi ca è una bestemmia. Garantisco che è una figata.

Tutti si federano con tutti et voilà, si guadagna tempo e sicurezza. Forse.

Però, i più pigri preferiscono ancora usare le applicazioni e i servizi in modalità non federata e di volta in volta son costretti a digitare password, spesso le più diverse scelte per ogni situazione, dimenticandole, richiedendone la rigenerazione, ecc. Che barba che noia.

Questi tizi mica si fidano della chiave del parcheggiatore e pensano che perdendo un po’ più di tempo e rinunciando agli automatismi si possa acquistare più sicurezza.

La verità sta nel mezzo, perchè poi succede ci ritroviamo altrove, magari senza smartphone o semplicemente non lo usiamo a Londra piuttosto che a Los Angeles perchè il roaming ci costa un botto. Allora utilizziamo un PC pubblico dell’albergo. O semplicemente il WiFi di un ristorante e quindi siamo ospiti di reti altrui con una sicurezza così, così, tutta da verificare.

Quando, in queste situazioni, siamo portati a digitare password a raffica in ambienti sconosciuti, queste possono essere intercettate. Ah, ok, non lo sapevate. Bene sappiate che è proprio così. Suvvia un po’ di strizza, dai!

Certo, si potrebbe installare un client VPN  (gratuito o meglio a pagamento) e cifrare tutto il traffico in modo che i malintenzionati rimangano a bocca asciutta.

Entrambe le tipologie di utenti (quelli rock che federano tutto e quelli lenti che preferiscono tenere i servizi separati) da diversi anni hanno la possibilità di fare meglio. Molto meglio. E non vi parlo dei gestori di password, quelli che ne generano di complicatissime, ma della verifica in due passaggi che io uso da sempre, laddove viene applicata dai fornitori di servizi.

In pratica si tratta di perdere un po’ di tempo e capire come funziona la prima volta per poi vivere molto, ma molto più sicuri e tranquilli.

In pratica funziona come il conto in Banca. Con la password di accesso (primo passaggio) puoi vedere il conto, con il PIN (secondo passaggio) puoi effettuare operazioni.

La stessa cosa si può fare con tutti i servizi che usiamo: Google, Facebook, Twitter, Dropbox, Microsoft e chi più ne ha più ne metta.

Si può scegliere di farsi mandare il PIN sul telefono (ma io lo sconsiglio perchè a volte il cellulare non ha campo) oppure di usare una stupenda app come Google authenticator.

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Il vantaggio di questa app è che funziona anche senza rete mobile, quindi siamo tranquilli anche quando ci troviamo in un bell’albergo di Londra con il WiFi gratuito e a palla, ma il nostro roaming dati è disattivato e quello voce non funziona per ricevere l’SMS che ci recapita il PIN.

Oggi, tutte i servizi web più moderni permettono la configurazione veloce con un QR code, come ad esempio fa proprio Dropbox che in queste ore ha dichiarato che son state rubate molte password. Per la precisione 7 milioni di password.

Quindi basta aprire Google authenticator, cliccare su ‘aggiungi servizio’ e puntare lo smartphone sullo schermo del pc dove si trova il QR code del nostro account di Dropbox. Facile no?

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Vi invito a fare la stessa operazione con tutte i servizi che lo permettono.

Ma cosa succede da questo punto in avanti?

A) Per gli smanettoni: Tutte le app federate smetteranno di funzionare. Dovrete aggiungere a mano una password speciale (cosiddetta password applicativa) che il servizio scelto vi fornirà. Twitter genera le sue, Google ovviamente fa altrettanto e così Dropbox, ecc. Ma la bella notizia è che lo si fa una volta sola e poi funziona per sempre.

B) Per quelli lenti che inseriscono sempre la password, sarà come entrare sempre in banca. Ovvero, voglio accedere a Dropbox? bene, dopo aver digitato la password mi verrà richiesto un PIN che potrò generare con l’app di Google Authenticator. Facile no?

Siete ancora li fermi e non avete attivato la 2 steps verification?

Chi perde tempo la prima volta ne guadagnerà tanto, ma davvero tanto in seguito. Fidatevi. E …… poi non dite che non ve lo avevo detto :)

Faccio cose, vedo gente, parlo molto

Allora Mario come sta procedendo la digitalizzazione del paese?

Direi che siamo a buon punto, finalmente abbiamo una visione e spero che in breve tempo si riesca a definire anche una strategia.

A tal proposito so che tu sei sempre stato critico con i governi precedenti, dal tuo blog e sul tuo profilo Twitter non ti sei risparmiato. E con il governo attuale?

Attualmente le cose stanno cambiando, ci sono le persone giuste nei posti chiave e sono molto fiducioso che davvero si sia imboccata la giusta strada. Vedo che tutti i ministri twittano e ciò mi sembra davvero un cambiamento epocale. Vuoi vedere che il digitale sta conquistando il cuore dei nostri governanti.

In particolare quali sono le azioni che più ti stanno a cuore e che il governo dovrebbe mettere in atto da subito.

Ma direi gli ebook a scuola, la banda larga, l’eCommerce, le Smartcities, gli Open Data e un po’ di droni di quà e di là, incentivando anche le stampanti 3D per fare un po’ di tutto. Insomma, tanta roba, tutta digitale.

I nostri lettori sono incuriositi dalle tue esperienze. Come sei arrivato a occuparti di digitale?

Ho sempre letto molto sul web, mi sono appassionato di feed rss, li leggo tutti i giorni, faccio un po’ di copia e incolla e poi dico la mia su Twitter. Compro sempre l’ultimo smartphone e conosco un sacco di app. 

Sei spesso presente a convegni, quasi giornalmente. La tua esperienza a disposizione degli altri è una ricchezza per il paese.

Si, il lavoro me lo consente. Giro molto e racconto belle esperienze che leggo sui feed. Quasi tutte succedono nella Silicon Valley, ma io le so raccontare bene e alla gente che mi ascolta piace molto.

A proposito di lavoro, qual’è la tua occupazione principale?

Come ti dicevo, leggo molti feed, scrivo su diversi blog collettivi, twitto, faccio recensioni di prodotti, viaggio.

Molto interessante davvero. Ai nostri lettori piacerebbe sapere quali progetti concreti hai portato a termine. Proprio per incentivarli all’emulazione e ad adottare buone pratiche. E soprattutto interessano molto i risultati che hai conseguito.

Ho fatto parte di una community che poi è diventata un blog collettivo, ad esempio. Ma ho anche sperimentato per primo (forse il primo in Italia) il nuovo bracciale fitness della Nike che è una figata assoluta.

Nei prossimi mesi sarai molto impegnato in diversi progetti. Ce li puoi descrivere?

Si, dovrò partecipare a una serie di seminari sull’internet delle cose e poi farò parte di un team di blogger che dovrà assaggiare i nuovi prodotti di una famosa multinazionale e raccontare l’esperienza in una sorta di storytelling confrontandomi con altri blogger.

Molti sostengono che i blog son morti. Tu cosa ne pensi?

Direi che sono semplicemente più liquidi e che il web è sempre più collettivo e connettivo.

Caro Mario ti ringrazio per il tempo che ci hai concesso. Come rappresentante della internet italiana e grande esperto di digitale a 360 gradi ci hai dato delle preziose indicazioni.

Grazie a persone come te il paese potrà finalmente crescere e cambiare, abbracciando il modello tecnologico e innovativo che tutti auspichiamo.

Buon lavoro.

 

The future of Open Data in the Digital Agenda for Europe

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Domani e dopodomani sarò a Bruxelles per gli Open Days e in particolare per questo evento: The future of Open Data in the Digital Agenda for Europe

Avrò anche il compito di moderare una tavola rotonda sugli scenari futuri dell’Open Data a livello EU.

Mi son preparato alcune domande, alcune delle quali prendono spunto da indicazioni di alcuni compagni di merende:

1) What’s the future of  HOMER federation from the technical point of view? Which implementations or new technology features we must to plan?

2) Can we move to cloud architectures? Is this the right way?

3) How it’s possible to achieve the linked Open Data model? Are there technical barriers to overcomes?

4) Can we proceed to a real federation and not only a federation of Open Data portals?

5) How the public top management will be trasformed from blockers to leaders in Open Data strategy?

6) How can we create “easy to use” IT ecosystems to better understand Open Data benefits?

7) How can we improve the quality of data to make them useful to private companies?

8) How can we make available, at European level, instruments and digital infrastructure to facilitate the publication?

Che vi sembra? Altre idee?