Non è il nostro turno

No, non è il nostro turno. Noi europei non deteniamo più la leadership industriale anche se conserviamo ancora le cattedrali della finanza a Londra, la cassaforte della seconda moneta mondiale a Francoforte e un patrimonio culturale e storico che non ha pari altrove.

Le nuove industrie sono ANCHE (non SOLO) quelle dell’eCommerce, dei Data Center, del Cloud, delle App e di altre 1000 diavolerie che nei prossimi anni cambieranno ancora di più cultura e gli stili di vita.

Internet ha cambiato tutto e ha creato nuovi leader industriali. Amazon, Apple, Google, Alibaba, ecc.

L’Europa non riesce a capire internet, lo difende, lo esalta, lo vorrebbe sfruttare ma poi, come brillantemente descrive Luca De Biase, vira sulla difensiva (cit. ‘la Commissione si confronta solo con aziende che giocano in difesa. E tende a guardare indietro, non avanti’).

Mimmo, proprio ieri, mi chiedeva un parere sul tema della netneutrality e sull’impasse europea:

Non mi considero un esperto di questi temi ma posso mettere al servizio l’esperienza di diversi mesi passati negli USA. E allora dico che semplicemente non abbiamo ancora capito nulla e lo dico da un punto di vista culturale prima che economico e dunque di sviluppo. E così ho risposto a Mimmo che quelle aziende americane e cinesi, pur giocando forse un ruolo sporco e poco neutrale sulla rete, alla fine son le uniche che creano nuovi posti di lavoro.

Non basta più comprendere solamente internet, il web e il digitale. Bisogna capire che ormai esiste solo un mondo nuovo. Un mondo del quale cittadini e aziende europee hanno capito poco, perchè ancora troppo impegnati a difendere rendite e interessi locali senza capire che il pianeta, intanto, è diventato più piccolo e più accessibile.

Lo percepisco tutti i santi giorni quando mi relaziono professionalmente affrontando progettualità e proposte di azioni o piani operativi. L’Italia in primis, ma tutta la vecchia europa guarda ancora troppo all’individuo per il suo specifico tornaconto. Altri popoli guardano anche al tornaconto individuale ma provano ad immaginare progetti e sfide per il benessere collettivo e delle generazioni future.

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Aspettando Sway

Ci sono un paio di giochini che utilizzo per raccontare storie digitali. Giochini che provano ad andare oltre le rigide presentazioni con slides inerpicandosi su verso le cime dello storytelling.

Il primo è Flowboard un’altro è Voice di Adobe, poi c’è Canva e ogni tanto torno al buon vecchio Haikudeck. Mi piace trovare la mia vena creativa mentre racconto o presento, ma ancora non ho trovato il tool perfetto.

Ora, però, mi attendo molto, anzi moltissimo da Sway di Microsoft che si preannuncia come killer application in questo settore.

Enjoy and stay tuned

E’ sempre stato così

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Ormai mi sento come una macchina usata (56 anni non sono bazzecole) e dunque son costretto a ricorrere ad alcune pastigliette per la pressione e il colesterolo.

Per accedere a queste cure è necessaria, ovviamente, la prescrizione medica e dunque ogni due mesi circa devo recarmi in ambulatorio e chiedere cortesemente alla segretaria del medico di farmi prescrivere le solite pastiglie che, puntualmente, il giorno dopo posso ritirare in farmacia previo nuovo passaggio in ambulatorio per il ritiro della ricetta.

Così succede da alcuni anni ma stamane, visto che non c’era coda in segreteria all’ambulatorio, chiedo cortesemente alla segretaria: ‘Senta ma per noi diversamente giovani, non si potrebbe evitare questa liturgia e richiedervi le prescrizioni via email? Tanto son ripetitive, è sempre la stessa prassi. Sa eviterei di recarmi qui da voi due volte.’

Lei gentilmente concorda con me e mi racconta anche che in un altro studio professionale questa è la prassi ma, in questo ambulatorio, alcuni medici non sono tanto d’accordo sull’uso dell’email.

Così mentre rimugino fra me e me, mi torna alla mente il giorno in cui chiesi al mio avvocato come mai non mi rispondesse a un email inviata ormai da 15 giorni. Lo stesso mi disse: ‘Ho talmente tanti canali aperti, telefono, fax, ricevimento in studio, che l’email per me diventerebbe solo un ulteriore problema‘. Ovviamente disse proprio ‘per me’!

E così succede spesso quando il sangue mi ribolle nelle vene. Succede mediamente 3/4 volte al giorno (… citofonare ai miei collaboratori …) negli uffici dove lavoro. Qui le procedure analogiche con tanto di passeggiate per raccogliere firme o compilare moduli a macchina (giuro che c’è proprio scritto ‘compilare a macchina o in stampatello’) mi affrontano a duello ogni giorno, e di solito vincono loro. Le procedure.

La risposta dei colleghi è più o meno la stessa: ‘E’ SEMPRE STATO COSI’ o ABBIAMO SEMPRE FATTO COSI”.

Ora è chiaro che rispetto a una notizia come quella che la BBC ha riportato e che Wired ha ripreso, sulle dichiarazioni di Minna Harmanen e sulla volontà di abolire la scrittura a scuola dal prossimo 2016, le perplessità siano molte perchè è ovvio che, finora: E’ SEMPRE STATO COSI’!

Ora io non posso bullarmi di competenze che non ho, e lascio dunque ai pedagoghi, ai sociologi, agli psicologi e persino agli antropologi il compito di analizzare questo switch-off in salsa finlandese che, però, di primo acchito mi piace tantissimo.

Quello che mi piace e per certi aspetti mi crea profonda invidia è l’approccio sfidante che da noi non è nemmeno immaginabile.

Da noi prevale quella che io chiamo ‘sindrome del freno a mano tirato‘. Sindrome che tutti i giorni combatto con grande dispendio di forze.

Partire dalla consapevolezza che nulla sarà per sempre è il primo passo per abbracciare il futuro con la speranza che le cose miglioreranno e non con la paura di perdere dei vantaggi. Quasi sempre vantaggi solamente personali.

Della cultura di programmare e progettare

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foto di Massimo Battista

Dopo il kickoff di giovedì i neo #digitalchampions si stanno organizzando sul da farsi. Fioccano idee, si confrontano esperienze, si compete in passione e visione. E tutto ciò è bellissimo.

Un paio di considerazioni sul da farsi che vorrei condividere con i miei lettori dopo un simpatico (e un po’ burlone) tweet di stamane.

Il nostro è il paese della delega, l’ho scritto, sottolineato e dibattuto sempre. Lo è perchè storicamente è sempre stato così. Il tema della partecipazione e della co-progettazione stenta a decollare perchè noi italiani, dalla notte dei tempi, abbiamo sempre delegato tutto.

Ora si tratta di scegliere cosa fare per incidere. Si tratta di portare avanti progetti convincenti che dimostrino NEI FATTI come si possa davvero cambiare in meglio la vita delle persone con il digitale.

Per fare questo la delega è il mezzo più inutile che esista.

Con questi spunti vorrei soffermarmi un po’ sulla cultura della programmazione e della progettazione che provo a riassumere in piccole E NON ESAUSTIVE pillole:

– Programmare significa analizzare dati. Dati che riassumano in modo certo fabbisogni reali e dunque fabbisogni raccolti con analisi, interviste, studi.

– Programmare significa abbandonare i sentimenti di passione e intuizione che sono assolutamente empirici. Non è provato che ciò che utile per me, o per la mia ristretta cerchia, lo sia per tutti (attenzione al ‘filter bubble‘, molto pericoloso!).

– Programmare significa dotarsi di obbiettivi e strategie. L’innovazione è come la guerra, se ti muovi in ordine sparso sarai sconfitto. Se invece ti organizzi, con tattiche, avanguardie, retroguardie, coperture, obbiettivi mirati, ecc. allora puoi pensare di vincere qualche battaglia.

– Programmare significa determinare (con i numeri) la base di partenza e l’obiettivo a medio e lungo termine. Che sempre in termine di numeri significa, incremento e/o copertura totale.

– Programmare significa monitorare. E monitorare permette di capire se servono aggiustamenti, ridimensionamenti o, in alcuni casi addirittura abbandono.

– Programmare significa stimare le risorse che non sono MAI infinite.

– Programmare significa accompagnare ogni azione con la corretta comunicazione.

– Progettare significa scegliere persone, ambiti e tecniche.

– Progettare significa dare ruoli e compiti. Significa stendere mappe e tempogrammi.

– Progettare significa affrontare le criticità avendo già a disposizione le modalità per la soluzione e non la soluzione adatta per ogni criticità.

– Progettare significa includere, ma significa anche determinare i perimetri di ciò che sta dentro e ciò che sta fuori il progetto.

Mi fermo qui, perchè bastano poche pillole a far capire che i temi sono tosti e, ovviamente, dovrebbero essere studiati e approfonditi da tutti nelle giuste sedi.

Quando i miei studenti mi chiedono la formula magica per fondare e rendere competitiva una start-up che possa sfondare con un progetto vincente, io rispondo sempre allo stesso modo: ‘Una start-up con tre nerd è destinata al fallimento. Una start-up con un solo nerd, un buon progettista e un ottimo fund-raiser, è destinata al successo‘.

Dunque non serve solo SAPER FARE, serve soprattutto SAPER VINCERE e se tutto ciò vi sembra in contrapposizione con la fantasia, l’immaginazione o l’arte di arrangiarsi, non è proprio così, perchè questi elementi complementari alla buona programmazione sono già nel DNA di ogni italiano :)

Campioni nell’impegno e nei risultati

Domani scendo a Roma per rispondere alla chiamata di Riccardo Luna che, come molti sapranno, ha ricevuto la nomina di Digital Champion italiano dal governo in carica.
Cos’è e cosa fa il Digital Champion, lo spiega lo stesso Riccardo qui.

Andiamo con ordine e vediamo di costruire un ragionamento positivo su questa occasione irripetibile.
Parto ovviamente da me, visto che questo è il mio blog e qui tratto le mie cose, elucubrando, delirando e appassionandomi sulle cose a cui tengo.

Molti amici e lettori sanno che alcuni anni orsono sono uscito da tutte le associazioni che avevano a che fare con i temi del digitale e mi son concentrato sul mio ruolo strutturato. Quello che mi da da mangiare, per capirsi.

Ora è evidente che qualcuno potrebbe chiedersi: ‘ma perchè stavolta vuoi impegnarti, cosa hai visto di diverso che ti attrae e ti ha condotto a ripensamento?

Ciò che mi attrae è la mission che mai come questa volta punta dritta all’acculturamento, alla persuasione sentimentale, alla logica che sta alla base del ricercare un modo migliore per vivere come obbiettivo sociale e non individuale.

Troppo alto? Direi di no. Per anni ho sostenuto che il problema del digitale in Italia non fosse l’infrastruttura o la tecnologia, bensì la cultura e la propensione ad acculturarsi su temi e paradigmi che non sono legati al mondo dell’Information Technology, bensì a nuovi stili di vita, di lavoro e dunque a una nuova idea di società.

Riccardo ha capito che da solo non poteva vincere questa sfida e ha cercato di declinare il suo ruolo in forma collettiva. Potremmo affermare che il Digital Champion può essere un movimento più che un riferimento.

Dunque i tre obbiettivi dichiarati per gli aderenti a questo movimento sono:

  1. dovranno essere una sorta di help desk per gli amministratori pubblici sui temi del digitale
  2. dovranno muoversi come difensori del cittadino in caso di assenza di banda larga, wifi ed altri dirititti negati
  3. dovranno promuovere, anche con il ricorso al crowdfunding, progetti di alfabetizzazione digitale, dai bambini ai nonni

E io qui non mi ci potevo che ritrovare. Chi mi legge qui o sui miei libri. Chi frequenta le mie lezioni o semplicemente mi snobba e a volte mi deride per questa mia insistenza nel mettere la cultura digitale al centro della missione di vita, lavoro e relazione, avrà capito che non potevo non essere della partita.

Cosa mi aspetto da questa chiamata e alcuni paletti che pianto subito, così sgombriamo il campo da supposte prese di posizione autoreferenziali o dal sapore narcisistico:

  • Non credo nella fuffa e nella celebrazione. Non mi interessano le liste di progetti fighi da emulare. Mi interessano solo le esperienze che abbiano ottenuto risultati misurabili e che possano essere replicate.
  • Se domani avrò modo di prendere la parola alla convention, metterò al centro il tema delle misurazioni. Ogni progetto deve avere un indicatore di partenza (analisi di contesto, risultati attesi, ecc.) e un indicatore di arrivo (possibilmente quantitativo).
  • Come già avevo indicato alla convention di Spaghetti Open Data credo che il ‘movimento’ digitale italiano debba fare un salto di qualità. Dunque mi ripeto qui: ‘E’ necessario ridurre la frammentazione di movimenti, associazioni, gruppi che si impegnano su questi temi e convergere in un grande progetto unitario. Un progetto chiaro, trasparente e qualificante che permetta alla cosiddetta ‘società civile’ di sedere a un tavolo negoziale per condizionare il governo e le istituzioni locali su questi temi’.

L’occasione è ghiotta. Per anni abbiamo denunciato che i governi trattavano su questi temi con soggetti non qualificati e, soprattutto, non competenti. Ora abbiamo la fortuna che molti della nostra stoffa (amici che conoscono bene la rete, il digitale e i suoi paradigmi) sono chiamati dal governo in carica con diversi ruoli.

Uno di questi è proprio Riccardo Luna al quale ve riconosciuta la costante spinta acceleratrice e la potenza divulgativa. Rispondere alla sua chiamata che molti definiscono ‘nomina’ lo sento come un obbligo. Poi, ovviamente, rifletterò su quello che ci diremo a Roma e sul percorso che verrà tracciato per raggiungere i risultati ambiziosi a cui questo paese deve assolutamente tendere.

Mi aspetto e oserei dire pretendo che i tanti amici veneziani mi aiutino in questo compito. Primo perchè non mi considero depositario di conoscenza esclusiva e nemmeno di capacità soprannaturali per svolgere al meglio questo compito.

Riccardo stesso ha dichiarato di puntare a 8000 champions. Essere il digital champion di Venezia deve essere visto come un onere, non un onore. E per ottemperare a un onere è necessario che ci sia anche collaborazione, adesione e ascolto. Su questo mi impegnerò.

Ultima annotazione per spezzare le polemiche. La scelta che mi vede fra i primi 100 collaboratori di Riccardo mi creerà enormi problemi relazionali nel luogo di lavoro. E’ già successo in altre occasioni (primo fra i 100 non-fannulloni del PA, firmatario fra i primi 100 dell’Agenda Digitale, ecc.) dunque, come sempre ho la scorza dura e vado avanti. Lavorare nella PA ha i suoi pregi ma, diversamente da chi lavora come free-lance, consulente o imprenditore, ha anche i suoi risvolti negativi che sono spesso dettati, anche qui, dalla scarsa cultura che non riesce a vedere le missioni oltre alle persone che le guidano.

Ad maiora

Comunità

Il dizionario Treccani la definisce: ‘insieme di persone che hanno comunione di vita sociale, condividono gli stessi comportamenti e interessi‘.

Ripenso a questa definizione ogni volta che affronto temi legati a comportamenti che, dalla maggior parte dei miei connazionali, vengono tollerati e dei quali viene minimizzato l’effetto a lungo termine.

Constato spesso di persona come qualsiasi riferimento alla buona educazione e al senso collettivo stiano sparendo. Ultimo episodio pochi giorni fa quando feci osservare, CON ESTREMA GENTILEZZA, a un giovanotto che aveva parcheggiato su un marciapiede, come tale azione impedisse il transito a una mamma con carrozzina che stava li sopraggiungendo. La riposta del giovanotto fu lapidaria: ‘Ma non puoi pensare ai cazzi tuoi?‘.

Questo pensare ai casi propri è ormai dominante, maggioritario e senso comune largamente condiviso in un territorio che non riesce più a riconoscersi come comunità.

Michele Serra ne scriveva proprio ieri sui fatti di Torino:

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e io non posso che concordare con l’amico Roberto con il quale condivido la passione per altri luoghi. Mi vergogno. Mi vergogno tanto di questa collettività italiana che non riesce ad evolvere in comunità.

Ormai convinta che gli unici diritti siano quelli individuali e gli unici doveri quelli degli altri, possibilmente stranieri.

Mi vergogno perchè chi mi circonda mi cogliona. Mi dice che mi preoccupo troppo, che in fondo l’etica, il buon senso, l’educazione e i comportamenti civili sono piccoli problemi per i quali non val la pena di sbattersi. Insomma mi deride per il tempo che ci perdo e per la bile che accumulo.

E rimango sempre più convinto che Aristotele aveva ragione: Il tutto è maggiore della somma delle sue parti! E la somma delle nostre piccole e quotidiane vergogne sta diventando un peso insopportabile. Un enorme vergogna collettiva ben più grande della somma della stesse.

Sempre ieri a Treviso tutto ciò è sfociato in barbarie [video]. Il presunto diritto di un individuo è stato difeso da un gruppo di invidui. La collettività si frantuma in clan e ogni clan prevarica i diritti della collettività a suo piacere.

Era questa la comunità Italia che sognavamo?

 

PostPc

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I due più grandi nemici di Apple erano Ibm e Microsoft. Ovvero erano i due più grandi nemici di Steve Jobs.

Ibm era leader anche nel settore dell’hardware, produceva pc.

Microsoft è ancora leader nel software, sicuramente lo è ancora per il software di produttività, molto meno per i sistemi operativi.

Oggi è un giorno un po’ particolare. Forse insulso per essere un grigio 7 di Novembre ma, a volerlo vedere sotto un’altra luce è il primo giorno del postpc.

Microsoft ha rilasciato proprio oggi le versioni gratuite di Office per iPad e iPhone con piena integrazione al cloud di Dropbox. Come dire: ‘cara Apple i leader sul cloud e sulla produttività siamo noi di Redmond‘. E forse è vero.

Dall’altra Ibm dopo aver annunciato a Luglio l’accordo con Apple, precisa proprio oggi che fornirà ad Apple l’assistenza per il mondo enterprise. Come dire: ‘cara Apple, io smetto di fare hardware e software per pc, adotto il tuo, e ti aiuto nell’assistenza agli utenti professional‘.

Dunque facendo la somma delle varie novità avremo una situazione di questo tipo:

Apple leader nelle device mobili e scalata al mondo professional grazie all’accordo con IBM.

Microsoft leader nel software di produttività per dispositivi mobili (e non solo) e nel soprattutto nel cloud grazie anche all’accordo con Dropbox.

E i pc?

#ciao

p.s. se qualcuno pensasse che ho dimenticato Google, non si sta sbagliando. Però, avendo ascoltato l’ultima intervista di Page credo che Google abbia altri interessi, dalla robotica, alla meccanica e oltre.

 

 

Signorini si nasce. Signori si diventa.

Non è una questione di volgarità o stupidità, e nemmeno si provi a sostenere che la malizia è negli occhi di chi guarda.
Il settimanale è di proprietà di Berlusconi e quindi conseguenza del suo stile e della sua cultura sessista. Punto!

E che nessuno si azzardi a pronunciare il termine: ‘informazione’ associato a ‘libertà’.

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Privato è bello

Sui disservizi digitali della Pubblica Amministrazione, come ben sapete, #nonnelasciopassareuna . Ma i privati che son sempre efficienti e innovativi, dove li mettiamo?

Ieri mi son trovato nella condizione di dover consultare una situazione finanziaria sul sito di Toyota Financial Service: https://portal.tfsi.it/

Essendo prossima la scadenza dell’ultima rata dell’auto che ho acquistato 2 anni fa, provo a ri-loggarmi per controllare bene le date e i termini. Si sa, sono un convinto sostenitore del paper-less e dunque bello entusiasta scrivo login e password, ma ecco la sorpresa.

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Cosa significa ‘dall’ultimo login è passato troppo tempo‘?

Cioè della serie che devo loggarmi ogni settimana per farmi un giretto sul vostro sito? Non ho capito, perchè dovrei farlo. Che mi offrite in cambio? Ho un RID dal quale prelevate le rate, che ci devo fare sul vostro sito, guardarmi la lista dei pagamenti fra una pubblicità e l’altra della mia serie preferita?

Ma il bello deve ancora venire. Scrivo una mail al loro supporto tecnico (già mi rode pensare che sprechino una risorsa per rispondere alle email e riattivare le utenze) e attendo risposta.

Ecco la risposta, ovvero il LOOP di risposte dal quale non riesco a uscire:

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Dunque, prima un’interazione con un umano che ha letto la mia email e poi un robot mail che mi trascina in un loop #NAMOBENE

Fate un po’ voi. La Pubblica Amministrazione non saprà certo progettare e gestire servizi on line all’avanguardia, ma anche i privati mi sa che dovrebbero tornare a scuola di digitale, se mai ci sono andati.