Cose scritte e dette altrove

Agendadigitale.eu: http://www.agendadigitale.eu/infrastrutture/ecco-come-le-regioni-si-coordineranno-per-i-grandi-progetti-digitali_2096.htm

Chefuturo: http://www.chefuturo.it/2016/03/smau-fablab-makers-ict/ 

Sul tubo:

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Tu non sai niente Jon Snow

Che internet sia un diritto è ormai fuor di dubbio. Che l’Europa punti all’alta velocità delle reti per rendere competitivo il vecchio continente, è altrettanto palese. Che la velocità della rete sia la variabile in gioco più importante è altrettanto ovvio e scontato.

Che poi uno si chieda perchè debba essere tutto così complicato e maledettamente falso, e quell’uno sono io che non son certo di primo pelo sui temi del digitale, ha comunque il suo senso. Dunque si, voglio anch’io internet veloce e vorrei capirci un po’ di più perchè, come vedrete, non so proprio niente. Non sappiamo proprio niente.

E allora prendete i pop corn che vi racconto una storia lunga.

Sono abbonato Fastweb da ormai diversi anni. Mi trovo abbastanza bene e, a parte qualche chiamata al Call Center dislocato in Albania che risponde secondo rigidi protocolli, le cose son sempre andate bene.

Abito in città e dunque sono un privilegiato perchè la mia linea ADSL tutto sommato si comporta bene. Secondo il rilevamento del router in comodato di Fastweb la velocità nominale in downstream è di circa 14 Mb, a volte 13, ma mai più bassa. In realtà i valori reali son sui 10 Mb, misurati con i vari tester che si trovano in rete.

Certo, direte voi, e di che ti lamenti visto che nelle piccole città, nei paesotti e nelle zone rurali certe velocità son pura fantascienza. Avete ragione, ma abitando in città ho diritto a molto ma molto di più. Se vogliamo ragionare in termini di piano nazionale del governo, la mia città è bella e pronta per ricevere i 100 e anche i 300 Mb, quelli che già alcuni operatori pubblicizzano in televisione, sui giornali e sulle newsletter spam che invadono le nostre caselle di email.

Insomma a Venezia siam Cluster A o al massimo B. E allora datemi questi 100 Mb, cribbio :)

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La verità, però, è che le cose non stanno proprio così e devi prodigarti per capire altre cose, raccogliere informazioni, elementi tecnici e spesso elementi tangibili, visivi e reali.

La prosa direbbe che la mia città ha già una copertura per l’84% distribuita su più tecnologie FTTx (seguite qui il link per capire meglio di che si tratta). Questi dati son supportati dall’ultima consultazione effettuata da Infratel fra gli operatori (qui il link) e ciò mi rende particolarmente gaudioso. Dunque ci siamo, vuoi che io non possa beneficiarne? Eddai, andiamo.

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Ma la realtà dei fatti è molto, ma molto amara.

Torniamo per un attimo a Fastweb che ben un anno fa (Ottobre 2014), senza alcuna sollecitazione da parte mia, mi comunica che riceverò presto a casa un nuovo modem abilitato per la fibra. Modem che puntualmente arriva e che tutt’ora alloggia a casa mia.

Sempre Fastweb, qualche settimana dopo mi manda un SMS informandomi che nel giro di pochi giorni la mia ADSL da 14 Mb sarebbe stata elevata ad accesso fibra FTTS con prestazioni fino a 100 Mb che loro chiamano Ultra Fibra.

In effetti tale comunicazione è supportata anche dalle informazioni che espongono sul sito web (qui il link) relative alla copertura del mio comune e in particolare di Mestre e della via dove abito.

Però, a guardar bene quella mappa e la legenda in verde, ci si rende conto che la stima reale è 76-100%, il che lascia presumere che dentro quell’area ci siano dei buchi.

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La domanda che sorge spontanea però è la seguente: ‘Cara Fastweb, nel caso io rientrassi in quel 14% mi spieghi perchè mi mandi il modem e mi preannunci il passaggio, creandomi quest’ansia prestazionale che ancora non è placata‘?

Già, perchè Fastweb l’ho chiamata diverse volte e mi ha sempre detto (da un anno a questa parte) che è questione di tempo.

Però, però vedi un po’ che il curiosone, l’ostinato, il rompiballe che non sa niente vuole informarsi, capire e andare oltre. Non mi fido degli albanesi al centralino, scalo, vado oltre, faccio il prepotente e contatto una manager di Fastweb che, per fortuna conosco.

Inizia uno scambio di telefonate e di mail: Dove abiti? Fammi controllare? Credo sia colpa del Comune che non ci fa scavare. Mi informo meglio. No, non è colpa del Comune. Aspetta ancora, mi informo meglio. La verità è che non è conveniente per noi. 

O santa vergine, santissima, che vuol dire? Comincio a girare in lungo e in largo il mio quartiere, seguo tutte le capocchie rosse degli armadi di Telecom per vedere se gli altri competitor si son affiancati.

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Mia moglie crede sia impazzito. Ogni volta che trovo la situazione ideale mi gonfio come un pesce palla: ‘Vedi, vedi, vedi che qui è tutto ok, perchè noi no? Dov’è la nostra armadiatura cribbio?‘. Arrivo quasi ad ammalarmi, non è possibile. Che faccio?

L’amico di Fastweb candidamente mi fa capire che forse dovrei tornare in Telecom. Ma ovviamente non me lo dice. E intanto arriva Netflix, ho una tv 4k e l’appetito sale. E inoltre, ironia della sorte, mia suocera che praticamente usa internet solo per leggere il quotidiano on line, ha a disposizione 70 Mb reali che non usa. E io comincio a dare di matto.

Eppoi diciamo la verità, tornare in Telecom? Con un offerta fibra da 44,90 Euro mi sembra un insulto. Con Fastweb l’ADSL mi costa 32 euro. Che rabbia. Che voglia di spaccare tutto.

Fra l’altro mi chiedo anche perchè debba pagare lo stesso canone di mia suocera, lei ha 70 Mb e io 14 Mb. Ma la risposta è semplicissima e disarmante: ‘Quando lei ha sottoscritto l’abbonamento era per una ADSL, siamo noi che le offriamo l’upgrade gratuito‘. Stop. Son morto.

Ah, gli amici. Ne ho uno anche in Vodafone: ‘Ciao amico, ho visto che state scavando anche a Mestre, quando arrivate dalle mie parti?‘. E anche qui comincia una serie di telefonate e messaggini.

Il mio amico cerca di capire dove si trova la cabina a cui sono attestato e che io non riesco a trovare e mi suggerisce di cercare non solo in strade pubbliche. Alla fine la trovo da me. E’ locata in una proprietà privata poco distante dalla mia abitazione. La individuo grazie alla capocchia rossa. Apriti cielo, che vuol dire? Vuol dire che Telecom ha un vantaggio competitivo da una vecchia concessione di quel proprietario e solo Telecom può distribuire in quella zona, anche affittando ADSL a Fastweb. Ma fibra solo ai suoi clienti. Muoio per la seconda volta. E realizzo che per avere fibra dovrò passare a Telecom e pagare 44,90.

Mia moglie mi da per spacciato, e in effetti non ho dei comportamenti normali. Scendo giù nel locale garage e controllo i numeri che sono stampati nell’armadietto di distribuzione condominiale.

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Anche qui caro Jon Snow, non sai proprio niente. Ahimè.

Seguendo quei numeri si arriva all’armadio di distribuzione in strada che quindi come un rabdomante cerco in tutti i giardini della mia via. Credo mia moglie stia per chiedere il divorzio.

E un sabato mattina, mia moglie mi trova che parlo con una vicina che nemmeno conosco. Ho trovato la cabina, la fotografo, chiacchiero con la tipa. Sono ormai spacciato.

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Dalla chiacchierata desumo che lei, subentrata ad altro proprietario 13 anni fa, non sa nulla di banda larga, non gli e ne frega nulla, quella cabina in giardino le rompe solo le scatole, non ha benefici economici e ha visto spesso tecnici Fastweb e Vodafone andarsene sconsolati, senza capire il perchè.

Il mio amico aveva ragione e in più controllando mi accorgo che, non essendo alimentata, in modo autonomo quella cabinetta può distribuire solo 30 Mb.

Che faccio allora, spendo altri 15 euro al mese per passare da 14 Mb a, forse, 30 nominali? Follia.

Ma non mi arrendo, perchè io son fatto così. Non mi arrenderò mai.

Leggo internet, confronto tariffe, chiamo i call center, incappo in quello di Vodafone che, in effetti offre banda larga per 29 schifosi euro al mese. Ma lo faccio per gioco, perchè già so che mi diranno che non c’è nulla da fare. Ma son ormai talmente instupidito che devo farmi ripetere ‘no’ 10 volte per realizzare e prendere coscienza di questa sconfitta cocente.

Ma l’operatore di Vodafone mi dice: ‘Caro amico noi le diamo 100 Mb, proprio nella sua via‘. Ma dai, mi prendono in giro. Chiamo il mio amico che cerca di informarsi con i suoi tecnici su cosa sta accadendo.

Nel contempo approfondisco con il Centro Servizi di Vodafone la faccenda. Chiedo a loro di ascoltare la mia storia, quasi non ci credo, ascoltano. Gli racconto tutto quello che sto scrivendo qui in questo post. E mi ascoltano fino alla fine.

Mi tranquillizzano, in un certo senso mi coccolano e mi danno un numero. Il numero dell’armadio Vodafone che sta a poco più di 700 metri da casa mia.

Chiamo il mio amico, urlo al telefono: ‘Ho il numero, ho il numero dell’armadio Vodafone‘. Nemmeno fosse un trofeo.

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E son loro a dirmi che tutti, ma proprio tutti possono controllare la disponibilità di copertura e individuare l’armadio di strada Vodafone, attraverso il sito: http://gea.dsl.vodafone.it/all.

Svengo, mi abbono subito e comincio a cantare da solo nella nebbia, immaginando le gioie della banda larga e la possibilità infinite di applicazioni a mio uso e consumo personale per soli 29 Euro al mese. E mica son mia suocera io!

Ovvio che ancora non mi è arrivato il modem, ancora non l’ho sperimentata e vi racconterò come andrà, ma mi interessava condividere l’esperienza che, secondo me, dimostra alcune cose:

A) L’informazione è utilissima, ma la curiosità è tutto.

B) Il catasto tecnologico del sottosuolo è un esigenza improcrastinabile per far luce sulle mezze verità delle Telco, dei Comuni e non solo.

C) Mettiamo i dati degli armadi in Open Data. Quanto ci vuole?

D) Le infrastrutture digitali a banda larga sono un diritto per tutti, cittadini e imprese, studenti e turisti, pensionati e chi più ne ha più ne metta. Non arrendiamoci.

E) Dobbiamo lottare casa per casa, condominio per condominio, quartiere per quartiere. Non credete alle mappe, non fidatevi dei piani e delle consultazioni. Dovete toccare con mano il percorso del vostro doppino di rame come fosse il filo di Arianna.

Purtroppo come Jon Snow non sappiamo niente, o meglio, non vogliono farci sapere niente.

Valar morghulis

La quinta colonna

Leggevo un paio di pezzi sul futuro di Agid che analizzavano difficoltà e complessità.

Poi son tornato su uno studio che sto facendo per sistematizzare al meglio il tema della Agenda Digitale e che pubblicherò a breve.

Fra i vari documenti che ho analizzato vi segnalo un dossier del Senato della Repubblica. Date un occhiata alla quinta colonna, poi trattenete il respiro prima di pronunciare qualsiasi …..

Siam maledettamente complessi e colpevoli.

#senziente o #borioso ?

Un illuminante post di Lucio Bragagnolo su Apogeo Online, ripropone il tema del ‘fattore umano’ nel lungo processo di adeguamento della Pubblica Amministrazione alle logiche, ai modelli, ai linguaggi e agli stili della società moderna.

Chi mi conosce e mi ha frequentato durante seminari, conferenze, lezioni e/o deliri pubblici, sa che ho sempre usato il termine boria, per descrivere l’approccio sbagliato che le persone della Pubblica Amministrazione mettono in atto quando si intrigano nel definire o rimodellare processi.

Il mio punto di riferimento da sempre sono gli UK Design Principles che spesso illustro, commento e, con un palese entusiasmo, cerco di proporre come esempio.

Il primo di questi principi merita una settimana di applausi ininterrotti:

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Non che gli altri principi siano meno importanti, anche il secondo: ‘Do Less’, ammetto che mi eccita al punto di inginocchiarmi di fronte alla capacità di sintesi e soprattutto all’intelligenza britannica.

Ma torniamo al tema principale, il fattore umano. E’ assodato che gran parte dei pubblici dipendenti, soprattutto i manager, hanno ormai spento il cervello e azzerato la capacità critica. Convinti, o indotti a convincersi, che le liturgie incomprensibili a cui vengono assoggettati cittadini e imprese per rapportarsi con la PA siano giuste e trasferibili anche al mondo del digitale.

Sto parlando di quello che il mio amico Michele Vianello cita sempre come: ‘digitalizzazione dell’esistente’ e che io connoto come ‘cosmetica digitale’.

Come fare? Come cambiare? Come migliorare? E’ il tema che stamani discuterò a Radio Scienza di Rai 3, anche in preparazione di un seminario sulle Agende Digitali che terrò all’Università di Udine nei prossimi giorni.

In pratica cercherò di convincere che le Agende Digitali nella loro dimensione europea piuttosto che locale, non possono essere affidate a chi ha spento il cervello da tempo, ma devono essere partecipate e co-disegnate, facendo quel passo indietro che consenta di capire cos’è successo nel mondo in questi ultimi anni e di accettarlo incondizionatamente.

Ieri, durante l’info day sulla presentazione di due importanti bandi di innovazione il mio Vicepresidente, un politico, non un manager, è arrivato a supplicare i convenuti: ‘aiutateci, dateci una mano a capire come migliorarci e come aiutarvi. Sappiamo che è cambiato il mondo, ma se non ci aiutate non recupereremo mai il ritardo‘.

Analizzando questo ho capito che i senzienti spesso stanno nell’apparato, non nelle stanze decisionali. Ora sta a voi scoprire dove sono annidati i boriosi e riportarli nella vita reale. Solo così potremmo applicare le Agende Digitali. Il resto son solo chiacchiere e distintivo (cit.)

Centralismo digitale

Brevemente è tutto scritto qui: ‘Signora Presidente, vorrei appunto annunciare all’Aula che io personalmente apprezzo l’intervento del collega Quintarelli che ha dimostrato la sua sensibilità personale e anche politica nel suo primo intervento in quest’Aula e di questo gli va reso atto, perché – lo voglio dire a tutti i colleghi che magari non lo conoscono – Stefano Quintarelli è uno dei padri di Internet nel nostro Paese. Per questo motivo ho chiesto al presidente Brunetta che il mio gruppo facesse proprio questo emendamento, perché, come l’onorevole Quintarelli testé ha detto, è un emendamento che serve, che è veramente utile, perché ci consente di superare quella drammatica frammentazione che impedisce che, nel nostro Paese, finalmente, la tanto auspicata da tutti noi digitalizzazione possa effettivamente avere atto e prendere piede. Da questo punto di vista, noi crediamo che sarebbe importante, e mi rivolgo in questo momento al Governo, accogliere questo emendamento

E’ Palmieri che fa sintesi e sostanzialmente semplifica un concetto: Se vogliamo che il digitale decolli dobbiamo fare in modo che lo Stato centrale possa riprenderne le redini. Insomma il federalismo informatico è morto e sepolto.

Mica pizza e fichi, e ci si è impegnata tutta la task force dei parlamentari che a vario titolo, pensa, vive e agisce digitalmente.

A me questa idea di riforma costituzionale non dispiace, in linea di principio sono un centralista convinto, con alcuni distinguo che ora provo a spiegare.

Mi piace il modello francese. In Francia lo stato decide ma poi permette alle comunità locali di attuare ciò che è stato legiferato entro precisi termini. Se i termini vengono superati, lo stato si riprende anche l’onere attuativo delegato alle comunità locali.

Proviamo ora a fare lo stesso con l’Agenda Digitale. Lo Stato, con questa nuova riforma costituzionale dell’art. 117r, si riprende tutto il potere normativo in materia. Diciamo che una legge come questa del Veneto o questa del Piemonte potrebbero, d’ora in poi, diventare inutili se non addirittura anticostituzionali.

Quindi ci aspettiamo che da un punto di vista normativo lo Stato, dopo questa riforma, riprenda a legiferare sul tema del digitale dove sinora è stato particolarmente assente.

Ma veniamo ora alle Agende Digitali locali. Hanno ancora senso? Secondo me nella situazione corrente si. Perchè attualmente il 90% dei finanziamenti utili a far decollare il digitale nel nostro paese sono gestiti dalle Regioni attraverso i Piani Operativi che sfruttano i Fondi Strutturali della UE.

Lo Stato di suo sta mettendo poco e non ha dedicato un Piano Operativo Nazionale specifico al tema riservandosi (si mormora) di utilizzare più avanti il Fondo Sviluppo e Coesione. Sempre che tale fondo non serva ad altri temi di politica industriale più importanti del digitale.

Dunque, paludo plaudo anch’io a questo primo passo che semplifica l’azione regolatoria e normativa ma poi, chi farà le cose? Dopo i vari passaggi parlamentari che porteranno al cambiamento costituzionale, chi sarà chiamato ad attuare le nuove politiche che il parlamento emanerà sul tema?

Molti dei pasticci digitali combinati in periferia, privi di riferimenti agli standard o peggio ancora senza presupposti di interoperabilità son stati dei veri e propri disastri e dobbiamo fare ammenda, ma spesso erano conseguenza del vuoto lasciato dallo Stato.

Va però detto (e lo dico con cognizione di causa visto che da anni analizzo, studio e poi gratifico le eccellenze digitali locali al Premio eGov) che spesso dai territori sono nate innovazioni vere, importanti e soprattutto che funzionano.

Per chiudere vorrei suggerire agli amici onorevoli che si son battuti per questa importante riforma che ora bisogna dare gambe e braccia anche alla macchina operativa. Sarà Agid? Allo stato attuale Agid di operativo ha ben poco e non è strutturata per gestire processi IT su larga scala.

Se Agid dovrà farsi carico di gestire questi importanti processi dal centro, bisognerà dargli struttura, personale, tecnologia e modelli industriali, altrimenti si rischia che Agid stessa diventi un bandificio e sia costretta a gestire gare d’appalto a livello nazionale e internazionale.

Per far l’Agenda nazionale più unitaria, dunque, bisogna unire anche le braccia di chi agisce digitale, non solo le teste di chi pensa digitale.

My 2 cent

Digital agenda (versione lunga)

Ogni tanto mi esercito a scrivere qualche paragrafo per il bignami dei Digital Champions.

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Per i più curiosi, c’è anche una versione più lunga e noiosa:

Cos’è l’Agenda Digitale?

Il termine ‘agenda’ si associa facilmente a uno strumento di uso quotidiano, ovvero il calendario.

Oggi appuntiamo i nostri impegni in un calendario elettronico (molto spesso già presente nello smartphone), ma l’obbiettivo e il metodo sono gli stessi di quando appuntavamo scadenze, impegni e appuntamenti con la matita sul calendario cartaceo appeso al muro.

Gestire un agenda, infatti, significa semplicemente fissare degli impegni e inserirli in calendario per ricordarsi che, entro quella scadenza, quest’ultimi vanno assolutamente soddisfatti.

Quando parliamo di AGENDA DIGITALE, in pratica, stiamo parlando di una serie di impegni nell’ambito di un tema molto affascinante come quello del digitale che, a prescindere dalle sue molteplici declinazioni (economiche, strutturali, sociali, professionali, ecc.) rappresenta una grande opportunità di sviluppo e di miglioramento. Proprio per questo qualcuno si è prefissato di organizzare al meglio, dentro uno o più documenti di programmazione, l’elenco di scadenze, impegni e compiti in ambito digitale.

Ma cos’è esattamente questo digitale? Di cosa si occupa e perchè dovrebbe interessarci?

La risposta è molto semplice, perchè il digitale non è nient’altro che il progresso, l’evoluzione dei mestieri, della cultura e della società con l’ausilio delle tecnologie di internet e dell’informatica che, ormai, sono presenti ovunque e ci accompagnano giornalmente nel lavoro, in famiglia, a scuola, nel rapporto con le istituzioni, così come nel commercio o nell’intrattenimento.

Purtroppo questa consapevolezza non è condivisa da tutti, un po’ per scarsa conoscenza e un po’ per scarsa lungimiranza. Ecco perchè qualcuno prova a farsi carico di un ‘programma di impegni’ (agenda) al fine che in tutti gli stati d’europa, i cittadini, le imprese e le istituzioni beneficino delle stesse opportunità indotte dal digitale.

Ma chi si occupa di predisporre queste agende?

In primis l’Europa, poi gli Stati sovrani e infine le Regioni che, a vario titolo, hanno specifici interessi, precisi obblighi e infinite opportunità derivanti dalla piena attuazione di queste agende. Prima fra tutte la crescita e la competitività dei loro territori.

Ciò non toglie che un Comune, una scuola o un azienda non possano organizzare una loro lista di obiettivi e chiamarla Agenda Digitale. Ad esempio una scuola può decidere quando e come cambiare l’approccio ai materiali di supporto (ad esempio gli ebook), quando scegliere definitivamente una modalità di registro elettronico, piuttosto che a un sistema di comunicazione scuola/famiglia totalmente digitale.

Darsi un agenda significa dunque sottoscrivere e credere in un programma di impegni che poi devono essere portati a compimento.

Che impegni si è data l’Europa in ambito di Agenda Digitale?

L’Europa, dopo aver analizzato per bene la situazione e le differenze fra i vari stati dell’unione, ha elencato una serie di obbiettivi strategici utili, anzi imprescindibili, per lo sviluppo, la competitività e la crescita del vecchio continente e per attuarli si è concentrata su sette pilastri che rappresentano altrettanti impegni:

  • Digital single market, come risposta alla frammentazione dei mercati digitali e dunque allo sviluppo del commercio elettronico;
  • Interoperability and standards, come risposta alla mancanza di interoperabilità, cooperazione e standardizzazione dei processi e delle applicazioni digitali pubbliche, compresi i servizi web per i cittadini dell’unione;
  • Trust and security, come risposta al problema dei crimini informatici e alla scarsa propensione dei cittadini verso i sistemi di acquisto e pagamento sul web;
  • Fast and ultra-fast internet access, come risposta all’insufficiente investimento in infrastrutture di accesso alla rete e dunque alla scarsa velocità di accesso a internet per cittadini e imprese;
  • Research and innovation, come risposta agli scarsi investimenti nella ricerca, innovazione e creatività digitale;
  • Enhancing digital literacy, skills and inclusion, come risposta all’arretratezza culturale, alla carenza di competenze e all’incapacità di offrire a tutta la società europea le opportunità indotte dal digitale;
  • Ict enabled benefits for EU society, per sfruttare il potenziale delle tecnologie informatiche nel sostenere e vincere le sfide che la società si trova ad affrontare, come il cambiamento climatico e l’invecchiamento demografico.

Ma per fare tutto ciò servono molti soldi, dove si trovano?

Le agende digitali, a qualunque livello e dimensione, si concretizzano in impegni che diventano ‘azioni’. Queste azioni richiedono impegno organizzativo ed economico. Ecco perchè a cominciare dall’Europa, ma poi come effetto domino anche a livello di Stato, Regioni, ecc. , ognuna di queste agende viene accompagnata da veri e propri ‘Piani operativi’ supportati da specifici ‘Fondi’ che permettano l’effettiva realizzazione delle azioni suddette.

L’Europa, ad esempio, dedica al digitale tutto il capitolo 2 della propria strategia per il settennato 2014-2020, e lo chiama specificatamente ‘Agenda digitale’ accompagnandolo con una dotazione di diversi miliardi di euro (i cosiddetti fondi strutturali europei) da investire in specifiche azioni tese a diffondere, implementare e utilizzare il digitale in tutte le sue forme e sostanze..

L’Italia, con il governo attuale, si è dotata di due piani strategici: Piano per la crescita digitale e Piano per la banda larga e ultra-larga. Li ha accompagnati con specifici fondi, europei e nazionali, nonchè opportunità di partnership fra istituzioni pubbliche e privati, detassazioni e altri incentivi per tutti coloro che vorranno contribuire con azioni in linea con le strategie dell’Agenda Digitale nazionale.

Cosa possiamo fare noi cittadini per l’Agenda Digitale?

Tutti questi obbiettivi, le strategie che li accompagnano e i vari piani operativi, vengono sempre redatti in modalità partecipata. Prima se ne occupano gli esperti, poi le associazioni imprenditoriali, i vari portatori di interesse e infine vengono pubblicati sul web per essere emendati e migliorati attraverso specifiche consultazioni pubbliche.

Chiunque può migliorare e influenzare le Agende Digitali durante il loro percorso di attuazione e più persone collaborano migliore sarà il risultato.

Ma poi c’è chi ne misura l’efficacia dei risultati? E con che metodo?

La stesura delle Agende digitali è accompagnata da un grande lavoro di analisi e per fare ciò si usano precisi indicatori. Ad esempio si studia quante famiglie, abitazioni e imprese hanno accesso a internet veloce in particolari zone e in un particolare momento. Insomma si fissa il dato di origine dal quale partire. Poi si calcola quanto costerebbe e quanto tempo ci vorrebbe per raggiungere il 100% del risultato, ovvero internet superveloce per tutti in quella particolare zona.

Ma non basta, si studiano le opportunità, le minacce, i punti di forza e di debolezza di ogni programma e di ogni azione prima di metterle in opera.

Tutto ciò garantisce un monitoraggio e un costante controllo per garantire l’efficacia e per non disperdere risorse importanti.

Dunque l’Agenda digitale, non è altro che il piano strategico per la crescita della nostra società in un millennio dove le tecnologie dovranno accompagnarci come amiche del progresso e facilitatrici di un benessere collettivo a cui tendere.

L’Agenda digitale è l’agenda collettiva di una comunità che vuol guardare al futuro con coraggio, determinazione e fiducia.