Fra disinformazione, troll e leoni da tastiera

Da più parti sta montando un certo fastidio nei confronti della massa di troll che stanno vomitando sui social ogni sorta di non notizia e ogni sorta di polemica incentrata sul nulla.

Propongo, per chi è un amante delle dinamiche dell’informazione, un estratto dalla quinta puntata della terza serie del bellissimo The Newsroom dove la giornalista Sloan Sabbith fa a pezzi un pseudo nerd che professa il citizen journalism del vox populi.

Enjoy

p.s. sotto il video trovate la traduzione

Sloan: Il prossimo ospite è Bree Dorrit, redattore di ACN online e padre dell’app ACNgage.
Grazie per essere qui, Bree.

Bree: Ciao, Sloan.

Sloan: L’abbiamo visto nell’ultimo servizio, ma raccontaci di ACNgage.

Bree: E’ una mappa che riporta le celebrità avvistate a New York e a Los Angeles.
E presto saremo anche a Las Vegas e South Beach.
Quando volete, potete dare un’occhiata e vedere tipo… che Jude Law ha comprato preservativi al Duane Reade sulla 57esima o…

Sloan: Quindi c’è della gente che può postarci un messaggio e dirci… Kristen Bell e figlia sono allo spettacolo delle 16 di Dragon Trainer all’ArcLight?

Bree: E compare subito sulla mappa.

Sloan: E quando Kristen Bell e figlia escono dal cinema ci sono una dozzina di sociopatici ad aspettarle?

Bree: Non penso possa succedere.

Sloan: Perché no?

Bree: Beh, è il prezzo della fama, no?

Sloan: No, non lo è. E’ una punizione per la fama. Alcune celebrità sono state perseguitate, alcune uccise.

Bree: Quest’app non fa altro che dare un aiuto.
Mi dispiace che la vedi così. ACNgage è giornalismo partecipativo.

Sloan: E il controllo delle fonti che il giornalismo partecipativo affronta?

Bree: Controllo? Gli utenti non postano solo i luoghi. Postano anche dei commenti.

Sloan: Esatto. Ti sto chiedendo se questi post sono verificati.
In un post di oggi, un giornalista partecipativo ci dice…che Jimmy Kimmel era visibilmente ubriaco ieri sera al Soho House a West Hollywood.

Bree: Esatto.

Sloan: Ieri sera Jimmy Kimmel era con la sua famiglia a Cabo San Lucas.

Bree: La gente non legge i post aspettandosi la verità.

Sloan: Come, scusa?

Sloan: Non si aspettano di leggere la verità?

Bree: Leggono per l’immediatezza.

 

Internet che non vorrei

Che differenza c’è fra informazione e consumo dell’informazione? Fra il diritto di essere informati, la pluralità dell’informazione, la neutralità e l’indipendenza, ecc.

Paroloni, temi complessi che spesso coinvolgono soggetti che operano come testate informative (sovvenzionate con le nostre tasse) ma che non disdegnano di configurarsi come agenzie di raccolta pubblicitaria e a volte broadcaster o peggio ancora: provider internet.

Dunque il giornalista per chi lavora? Per l’editore? Per il marketing? Per la Telco? O per garantire informazione libera, plurale e neutrale.

Ecco io non ho tutte le risposte ma quando si arriva a dover pagare (indirettamente) il giornalista con un banner o un popup sul web, dico che tutto ciò non mi piace più.

Questa è la Bild di oggi (con traduzione Google e ADBlock attivi) http://www.bild.de/wa/ll/bild-de/unangemeldet-42925516.bild.html  e a me non piace proprio.

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Volevo approfondire i fatti e le opinioni sui fatti di Colonia. Mi sa che leggerò qualche autorevolissimo e indipendentissimo blog.

I giornalisti e le opinioni

Ieri pomeriggio ho acceso la radio in auto e dopo un po’ di zapping mi son soffermato su Rai Radio 1 dove la giornalista (???) Manuela Falcetti in pieno delirio di onnipotenza stava sentenziando sul caso Marino.

Son resistito solo 5 minuti perchè questa tribuna del popolo, più volte autodefinatasi giornalista non faceva altro che urlare sue opinioni, lasciando spazio pari a zero a suoi invitati che puntualmente interrompeva quando provavano a intervenire, fra l’altro continuamente sollecitati all’intervento e puntualmente inibiti e prevaricati dalla tribuna del popolo. A futura memoria rimane agli atti il podcast.

Un delirio con l’enfasi e i modi dell’altro tribuno, tale Cruciani che ormai da anni non ascolto ed evito come la peste. Conduttore anche questo definitosi giornalista (???) che non riesce a dialogare con nessuno senza prima insultarlo.

Ora che sia l’editore di Confindustria a scegliersi i tribuni che meglio crede ci sta, ma il servizio pubblico che scimmiotta la Zanzara proprio non mi è andato giù, e dunque, da vecchio polemico rompiballe consolidato e riconosciuto, mi son messo a begare su Twitter con Cruciani e con la Radio Rai.

Soffro la mancata esposizione dei fatti. Soffro l’assenza certa di dati, soffro la mancata esposizione di opinioni ponderate e soffro l’incapacità di ascolto che ogni buon giornalista deve avere.

Se questa è la deriva dell’informazione sempre più spesso ci sarà il cavetto del mio iPod attaccato alla radio dell’auto. Nel contempo, viva il Guardian e la ricerca della verità con i fatti e i numeri.

Dedicato ai soloni

Visto che in televisione sento dire un sacco di idiozie e di inesattezze, ho usato un po’ il web, come dovrebbero fare i politici e  i giornalisti prima di vomitare sciocchezze nei salotti dei talk show. Sono i significati basilari e probabilmente grezzi, ma io ci darei un’occhiata prima di sparar colossali cazzate.

Arabo: è una lingua semitica (ramo delle lingue afro-asiatiche parlate in Africa e Asia) del gruppo centrale.

Mondo arabo: termine usato convenzionalmente per indicare i 22 stati membri della Lega degli Stati Arabi.

Paesi arabi: i paesi la cui lingua ufficiale maggioritaria è l’arabo.

Islam: è una religione monoteista manifestatasi per la prima volta nella penisola araba.

Musulmano: identifica una persona che segue la religione islamica, “devoto a Dio” o “sottomesso a Dio” – deriva dal nome verbale arabo muslim (plurale: muslimūn / īn), ossia “sottomesso (a Dio)”.

Allah: E’ il nome di Dio per i musulmani. Non ha plurale o genere. E’ il Signore e creatore di tutto ciò che esiste ed è così chiamato anche dai cristiani arabi e dagli ebrei arabi.

Maometto: è stato il fondatore e, per i musulmani, l’ultimo profeta dell’Islam.

Corano: letteralmente: ‘la lettura’ è il testo sacro della religione dell’Islam.

Imam: letteralmente”stare davanti” e, quindi, “essere guida”. Può indicare tanto una preclara guida morale o spirituale (ed è questo l’uso che per lo più se ne fa in ambiente politico) quanto un semplice devoto musulmano che sia particolarmente esperto nei movimenti rituali obbligatori della preghiera canonica. Costui si pone davanti agli oranti, dando modo ad essi di correggere eventuali erronei movimenti che comporterebbero l’invalidità del rito. Ma può essere descritto anche come Califfo dei musulmani sunniti o fondatore di una scuola di pensiero, sapiente. Da un punto di vista strettamente religioso il termine Imàm indica una “Guida spirituale” e per questo è lecito usarla per i capi di movimenti politico-religiosi, come Khomeini.

Moschea: è il luogo di preghiera per i fedeli dell’Islam.

Sunniti: Rappresentano l’orientamento nettamente maggioritario dell’Islam e comprendendo circa il 90% dell’intero mondo islamico. Sono i seguaci ortodossi dell’islamismo e affermano che essi soltanto sono i seguaci della vera tradizione o sunna di Maometto (mentre gli sciiti seguono anche quella dei suoi discendenti). Riconoscono la discendenza rappresentata dei primi tre califfi elettivi.

Sciiti: Rappresentano il ramo minoritario dell’Islam. Sono divisi in tre grandi nuclei: zaiditi, che rappresentano l’indirizzo meno lontano dall’ortodossia sunnita sul terreno politico e giuridico; imamiti o duodecimani, s. moderati, i più numerosi e politicamente importanti; ismailiti o batiniti, i più lontani dall’ortodossia. Tratto comune a tutti è il ritenere che Alì, cugino e genero di Maometto, fosse stato esplicitamente designato a succedergli, cosicché i primi tre califfi (riconosciuti dai sunniti) furono usurpatori.

Jihad: parola araba che significa “esercitare il massimo sforzo”. La parola connota un ampio spettro di significati, dalla lotta interiore spirituale per attingere una perfetta fede fino alla guerra santa. Discende dal termine jahada, che definisce meglio uno “sforzo costante diretto verso un obiettivo”.

Shari’a:  è un termine arabo dal senso generale di “legge” (letteralmente “strada battuta”), che può essere interpretata sotto due sfere, una più metafisica e una più pragmatica.

Fatwa: significa parere consultivo e si intende la risposta data a un giudice musulmano di nomina governativa, da un esperto di legge coranica, quando questi sia interpellato per conoscere quale sia l’orientamento sciaraitico prevalente riguardo ad una certa fattispecie giuridica.

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Al-Qaida: è un movimento islamista sunnita paramilitare terroristico nato nel 1989, fautore di ideali riconducibili al fondamentalismo islamico, impegnato in modo militante nell’organizzazione e nell’esecuzione di azioni violentemente ostili sia nei confronti dei vari regimi islamici filo-occidentali definiti ipocriti, sia del mondo occidentale definito infedele.

IS: Stato Islamico conosciuto anche come Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria (ossia Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham, ISIS), o Segretario Generale del califfato Islamico, ma anche Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL), è un gruppo jihadista attivo in Siria e in Iraq il cui attuale leader, Abu Bakr al-Baghdadi, ha unilateralmente proclamato la rinascita del califfato nei territori caduti sotto il suo controllo. Peculiarità dello Stato Islamico è quella di riunire in una sola entità le caratteristiche dell’esercito, delle modalità terroristiche, della fisicità del territorio in cui risiede e della struttura statale.

Boko Haram: che letteralmente significa ‘l’educazione occidentale è peccato‘ è un’organizzazione terroristica jihadista diffusa nel nord della Nigeria. È anche nota come Gruppo della Gente della Sunna .

Talebani: termine che indica gli studenti delle scuole coraniche in area iranica, incaricati della prima alfabetizzazione, basata su testi sacri islamici. Sono diventati famosi sugli organi di comunicazione di massa, che usa a torto questo termine per indicare la popolazione di orientamento religioso fondamentalista presente in Afghanistan e nel confinante Pakistan.

Mujaheddin: indica il “combattente impegnato nel Jihad o anche, per estensione, “patriota”.

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Infine: Il cristianesimo e l’islamismo, come anche la religione ebraica, hanno in comune alcuni elementi: la fede in un unico Dio onnipotente (monoteismo), che viene “rivelata” all’uomo; l’obbedienza alla volontà di Dio; la capacità dell’uomo di scegliere tra bene e male; l’esistenza dopo la morte di un altro mondo nel quale i buoni godranno della felicità eterna e i cattivi espieranno le loro colpe.

Te la do io l’informazione

Credo che oggigiorno, con un po’ di destrezza e con l’ausilio di qualche cazzabubbolo digitale, sia possibile costruirsi un’informazione altamente personalizzata e priva di influenze pubblicitarie e/o editoriali.

Chiariamo subito un punto. Google News, come utente, non mi ha mai appassionato. Non ci trovo nulla di interessante nella tassonomizzazione offerta, tantomeno nella localizzazione, iperlocalizzazione e/o iperpersonalizzazione. Tanto per capirsi questa roba qua:

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Non avevo perdonato a Google la scelta suicida di chiudere Google Reader a favore di Google News (dove son state travasate parzialmente le funzionalità proprie dell’aggregatore di feed) e avevo salutato quella scelta come infausta.

Rivedendo però i miei comportamenti degli ultimi due anni e la nascita di nuovi aggregatori di news sottoforma di servizi cloud e di app per device mobili, sono ora convinto che quella scelta abbia favorito nuove opportunità per gli sviluppatori, per gli utenti e soprattutto per ridefinire un’architettura dell’informazione che con i soli RSS rischiava di rimanere assai perimetrata e per nulla dinamica.

Dunque Google News in Spagna chiude? Chiudesse anche in Italia, non me ne accorgerei nemmeno. E badate bene, il mio ragionamento non tende a dar ragione al legislatore spagnolo. Su questo argomento la penso come Mante: ‘Da quando esiste Internet ogni tanto qualcuno prova a rendersi ridicolo invocando il proprio diritto a non essere linkato senza preventiva autorizzazione o, come nella variante iberica del delirio editoriale, previo pagamento di una somma per la citazione di due righe del prezioso testo: se rimaniamo dentro il microcosmo del contenzioso editoriale la faccenda la si potrebbe ricondurre al comparto psichiatrico delle liti temerarie‘.

Il punto però è un altro. Al netto del #whocares sulla ritirata dalla Spagna, vorrei porre l’attenzione sull’ampia libertà che abbiamo nel costruirci e personalizzarci un aggregatore senza farci influenzare dalle scelte di un intermediario che sfrutta i nostri comportamenti per il suo business. Google appunto.

Dunque partiamo dall’architettura dell’informazione. Cos’è oggi l’informazione e quali sono i suoi elementi fondanti, alla soglia del 2015?

Essendo cresciuto con Altavista, Yahoo e Virgilio ho assaporato il tempo in cui i servizi di news sul web erano un tutt’uno con la ricerca e dunque parte dei cosiddetti sistemi di directory. Non c’erano gli RSS quindi qualcuno sopperiva alla syndacation favorendo tassonomie e contesti discutibili ma necessari. Insomma si impaginava il web secondo un concetto editoriale non proprio del web ma che sopperiva alla capacità di organizzarsi in proprio le informazioni.

Arrivarono gli RSS e vennero benedetti come la panacea di tutti i mali. L’informazione si poteva aggregare, federare e veicolare ovunque grazie a un protocollo di scambio che non tradiva le origini del contenuto ma ne permetteva la portabilità ovunque. Insomma il giornale non era il web, il web non era il giornale e tutti felici e contenti.

‘Content is king’ era l’altro slogan che imperava e che sottolineava come l’RSS fosse il veicolo, l’aggregatore lo strumento ma il contenuto la vera essenza e il capitale più importante da preservare all’interno dell’architettura dell’informazione.

Questi tempi seppur recenti non esistono più. Oggi l’architettura dell’informazione ha modificato di molto la sua struttura organizzativa, a cominciare dalle fonti. Web delle persone (social network in primis), sensori e dati ma anche citizen journalism hanno assunto ruolo di fonti paritarie con quelle garantite da marchio editoriale.

Leggere una lista personalizzata di tweet, una rivista su Flipboard, una ricetta di IFTT sulle attività del governo o analizzare i Big Data per conoscere i dati reali di una manifestazione, non necessitano di intermediario, tantomeno di Google News.

Emerge dunque che non solo la componente organizzativa dell’architettura dell’informazione cambia, ma anche quella semantica perchè la personalizzazione con strumenti e fonti diverse permette di ignorare una volta per tutte la etichette proprie di una semantica anacronistica che tende a dividere ancora i contesti in contenitori scelti e consolidati dai giornali del novecento (politica, attualità, esteri, sport, cultura, ecc.). Google News fa ancora questo? Secondo me si.

Dunque Google News serve a Google non serve a noi.

Forse è vero, come afferma Guido Scorza, che ‘...stiamo – forse senza accorgercene – perdendo più tempo a ragionare su come zavorarre e demolire gli attuali giganti del web di oltreoceano che a riflettere su come fare in modo che i prossimi giganti del web nascano in Europa ed abbiano nel loro patrimonio genetico la straordinaria forza ed energia che viene da una storia ricca di genialità, creatività e cultura‘. D’altronde affermavo più o meno lo stesso alcuni giorni fa nel mio post ‘Non è il nostro turno‘.

Però, a pensarci bene, queste ritirate qualcosa di buono potrebbero generare, ovvero la voglia di partecipare attivamente all’ecosistema dell’informazione, senza doverlo subire passivamente e, in seconda istanza, maggior fiducia nelle opportunità che cloud, dati e app oggi ci mettono a disposizione.

Chris Anderson lo aveva predetto da tempo. Fare a pezzi il web è un processo ormai incontrovertibile e forse offre maggior opportunità che non lasciato nelle mani di pochi giganti.

Reporter sincroni

Molti avranno visto il video degli ultimi minuti di Gheddafi, girato con un cellulare. Non tutti, forse, hanno fatto caso a questa foto  distribuita da Gettyimages.com.

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Mi ha colpito subito per il gran numero di cellulari che sovrastavano il corpo del rais. Già, anche nei video si è visto che ogni combattente aveva un cellulare e lo usava, sia per fotografare che per comunicare. Succede dunque, che sempre più, la cronaca viene documentata da non-reporter e questa non è certo una novità.

Vi sono delle differenze, però. Se documenti un terremoto, è già successo. Se documenti lo tsunami, è perché sta succedendo. In entrambi i casi, però, la causa non sei tu.

Mi sembra che, nel caso di Gheddafi, si sia oltrepassato un’altro limite, non l’ultimo: forse è possibile che le cose succedano perché la cronaca lo pretende, altrimenti il rais sarebbe ancora vivo. E’ più forte l’esigenza di documentare in diretta, dal basso, con strumenti non professionali, pur che qualcosa succeda.

Avanti di questo passo sarà inevitabile che tutto possa succedere. Terribile. Forse, Minority Report (anno 2002) aveva visto giusto, si tratta di prevenire che le cose prima che succedano, altrimenti non ci sarà più nessun controllo e la cronaca sarà realtà, entrambe sincrone.

 

 

L'informazione allo specchio

reporter

Mestiere difficile quello del giornalista. Bisogna scegliere l’abito giusto, passare qualche oretta al camerino per sottoporsi al trucco, imparare i tempi i gesti, le luci, capire dove e come punta la telecamera. E poi fare i corsi di galateo, conoscere i vini, gli aperitivi, le provenienze degli snack e imparare il bon ton, le convenzioni dei buffet.

Il giornalista passa da un talk show (fiera delle parole) all’altro, dove parla, discute, urla, vomita, mentisce e smentisce. Che vitaccia. Probabilmente dorme poco, perchè deve svegliarsi presto per i talk show della mattina, mangia male, anzi non mangia proprio, si alimenta e basta.

A qualche ora della giornata, farà un salto in redazione dove è tutto già pronto. Manca solo la firma sul lavoro fatto dai suoi mastini, quelli che hanno passato ore alla televisione e a leggere altri giornali. Ovviamente il pezzo che dovrà firmare parlerà di televisione, di talk show, di giornalisti di destra o di sinistra, di telegiornali, di direttori, ecc.

E la notizia è dunque l’informazione stessa, il suo mondo, il suo degrado, il suo mutamento, i suoi protagonisti. La notizia è provare che l’informazione degli altri non è informazione, mentre la propria informazione è buona perchè dimostra che l’altra non lo è.

Il cronista intanto muore, senza luci, senza trucco, senza padrini, senza protettori.

Mentre una volta cercavamo tracce di verità nell’informazione, oggi l’informazione è un sistema di specchi che si riflettono vicendevolmente nel narcisismo esagerato e senza limiti dei suoi protagonisti.

Noi, carne da macello dell’auditel, saliamo sugli spalti, prendiamo posto fra le opposte tifoserie e a fine giornata siamo felici di avere la verità in tasca. Non quella accertata, provata dalla notizia rivelata, bensì quella sostenuta da tutta la tifoseria come un inno alla propria squadra del cuore. L’importante è vincere il campionato dell’informazione, la verità può aspettare.

L’ispirazione a questo post è merito di Enrico Vaime. Domani, la sua riflessione a Omnibus di stamane, dovrebbe apparire sul canale di Youtube de La7. Stay tuned.
Un ulteriore elemento di discussione si può trovare sul thread aperto da Marco su FF